10 Novembre 2020

Nagorno-Karabakh: finisce la guerra, vince Putin

Finisce la guerra del Nagorno-Karabakh che infuria da un mese: l’accordo sottoscritto da Armenia e Azerbaijan sotto la supervisione di Putin vede il passaggio di tre distretti della regione autonoma sotto il controllo di Baku, mentre il resto rimane sotto il controllo di Erevan.

L’esercito russo andrà a interporsi, come forza di pace, tra i duellanti, congelando la situazione per i prossimi cinque anni, durante i quali si spera di sciogliere nodi rimasti tali dalla fine della guerra precedente (1991-94).

I passi della diplomazia

Finisce così una guerra sanguinosa che ha contrapposto Azerbaijan e Armenia, ma soprattutto Turchia e Russia, la prima alleata di Baku, la seconda di Erevan, con rischi di allargamento del conflitto nel Caucaso e oltre.

Vince la pace e vince Putin, che è riuscito a riportare ordine nel caos, con il mondo a osservare da lontano, a parte il risuonare di blandi appelli alla pace.

Un’assenza interessata, dato che molti stavano tacitamente sperando che si consumasse l’escalation, portando Ankara in aperto conflitto con Mosca, sviluppo che avrebbe aperto le porte a un ritorno del figliol prodigo, Recep Erdogan, tra le braccia della Nato.

Da qui il blocco di quanti, interessati a riportare l’ordine – anzitutto Macron -, si sono trovati soli nel rappresentare le preoccupazioni dell’Occidente per il nuovo conflitto alle porte dell’Europa.

Invece Putin è riuscito laddove altri hanno latitato, con un’azione diplomatica di alto livello.

Anzitutto ha difeso le ragioni dell’Armenia, denunciando con voce alta e forte l’attacco dell’Azerbaijan. Non un generico appello alla pace, ma un puntuale richiamo all’aggressore.

Ha però anche sostenuto che l’Azerbaijan, pur errando, aveva delle pretese non del tutto indebite sul Nagorno-Karabakh, rimaste inevase dal congelamento del conflitto precedente.

Il lungo stallo aveva di fatto conferito la regione autonoma all’Armenia, nonostante il fatto che essa, prima del collasso dell’Urss, era parte dell’Azerbaijan e che gran parte della sua popolazione è musulmana sciita, indistinguibile dal resto della popolazione azera.

Putin aveva così rimproverato a Baku non tanto le rivendicazioni, pur non sposandole in toto, ma l’uso della forza, e chiedendo di aprire un dialogo tra le parti sulle controversie, invito a lungo declinato da Baku. Stessa fermezza aveva usato con la Turchia e il suo sultano, Erdogan, che inutilmente aveva provato a convincere lo zar delle sue ragioni.

Ma, pur condannando l’aggressione, non ha rotto né con l’Azerbaijan (sempre identificato come partner paritario rispetto all’Armenia), né con Erdogan, rimanendo in attesa di una ricomposizione e riuscendo nell’arduo esercizio di tenere a freno gli ambiti dell’esercito e dell’élite russa infuriati col sultano turco per il rilancio del sogno neo-ottomano nel Caucaso – spazio ex sovietico e tuttora sotto la diretta influenza russa -, che rischiava di destabilizzare l’intera regione.

Allo stesso tempo, Putin aveva chiarito all’Armenia che l’avrebbe difesa in caso di aggressione nel suo territorio, lanciando così un monito parallelo a Baku, che aveva tentato alcune incursioni contro Erevan.

Ma aveva anche chiarito che non avrebbe inviato forze per difendere il Nagorno-Karabakh e che quindi lo sforzo bellico che Erevan stava sostenendo per difendere la regione non riguardava Mosca.

In tal modo ha evitato di coinvolgere Mosca nella guerra, sviluppo ad alto rischio perché, seppure la vittoria su Baku sarebbe stata di facile portata, il conflitto si sarebbe trasformato inevitabilmente in un lungo scontro a bassa intensità, con un dissanguamento progressivo delle risorse russe.

Il confronto con la Turchia

Ma, pur conservando il filo del dialogo, ha fatto sentire la pressione russa su Erdogan, non solo con una inedita freddezza nei rapporti diretti, preferendogli il dialogo con le autorità azere, ma anche con iniziative belliche indirette, isolate, ma bastevoli a dare la misura della fermezza di Mosca.

In tal senso vanno interpretati i bombardamenti russi contro le milizie terroriste di Idlib, in Siria, che Ankara ha usato per sostenere lo sforzo bellico azero.

Insomma, una tessitura politica in cui Putin ha alternato fermezza e dialogo, che alla fine ha prodotto i risultati sperati.

A favorire l’accordo, la constatazione di Erevan dell’impossibilità di difendere le sue ragioni: l’esercito azero ha vinto la guerra, avendo preso il controllo di Shushi, città chiave perché collega l’Armenia a Step’anakert, capitale del Nagorno-Karabakh.

Eppure Step’anakert, come altri distretti, rimarrà sotto il controllo di Erevan, conservando in parte lo status quo pregresso, e soprattutto rassicurando la comunità armena della regione autonoma che temeva un revanscismo islamico-azero.

Allo stesso tempo, l’accordo, oltre a porre fine allo spargimento di sangue, chiude le pretese azere sull’intera regione autonoma e pone un freno alle pretese neo-ottomane sul Caucaso.

A contribuire allo sviluppo anche la vittoria di Biden alle elezioni Usa. Erdogan aveva in Obama un nemico giurato. Col suo vice alla Casa Bianca, sempre se sarà ufficializzato, deve guardarsi le spalle. E tenersi buona Mosca, almeno per ora.

Ma poteva tirare la corda ancora un po’. Putin non glielo ha permesso, chiudendo la partita e lasciando a bocca asciutta quanti, in Occidente, speravano che finisse invischiato nell’ennesima criticità geopolitica e che rompesse con la Turchia.

 

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