16 Novembre 2020

La regina degli scacchi: "Un intero mondo in solo 64 caselle"

di AA.VV

Attenzione Spoiler!

“You are a marvel, my dear”, con queste parole il vecchio e amabile campione russo Luchenko saluta Elizabeth Harmon dopo essere stato sconfitto, una sconfitta accettata, come dice, con “sollievo” e un sorriso.

Una delle scene più belle della serie. Il campione ha appena riconosciuto quello che Beth (e anche noi spettatori) coglieremo solo alla fine. Il talento per il gioco degli scacchi non è il prodotto artificiale di pillole verdi, ma un dono, puro e gratuito, da lei ricevuto.

Beth  Harmon, interpretata da Anya Taylor-Joy, è la bellissima protagonista della serie “La regina degli scacchi” (“The Queen’s Gambit”, titolo originale e più bello), prodotta da Netflix e tratta dal romanzo di Walter Tevis, che sta registrando un grande successo.

Una serie che racconta di una bambina rimasta orfana che scoprirà una passione sconfinata per quelle “64 caselle” e un’abilità sorprendente per gli scacchi, passione che la porterà a diventarne regina.

Nella sua vita, non facile e con diversi momenti di crisi, si imbatte in alcuni personaggi particolari e, a loro modo, estranei alla società che li circonda.

Questi la proteggono e l’aiutano nei momenti più difficili, dall’arrivo all’orfanotrofio alle crisi in cui si affoga di alcol e di pasticche. Tra questi, bellissimo il rapporto con l’amica d’infanzia, Jolene, che sarà inaspettatamente decisiva per la storia di Beth.

“La regina degli scacchi” non è una storia di riscatto, anche se si dipana in questo alveo. A noi è piaciuta non solo per i grandi pregi cinematografici (regia, sceneggiatura, fotografia, cast) che ne fanno un prodotto raffinato, coinvolgente e piacevole, di cui tanti, più competenti di noi, hanno già scritto.

Preferiamo soffermarci qui sul “marvel” (prodigio, per il doppiaggio italiano) che Elisabeth (Beth per gli amici) è per gli avversari, dallo spocchioso Baltik del primo torneo, che finirà per cambiare anche nell’aspetto fisico a causa di Beth e ne diventerà uno dei più cari amici, fino all’impenetrabile campione sovietico Borgov che non potrà evitare di abbracciarla in uno slancio di affetto di cui non lo si credeva capace.

Nessuno è nemico per Beth, neanche i sovietici, come invece vorrebbero il governo americano e il gruppo cristiano che tenta di ingaggiarla (“Io gioco a scacchi”, è la risposta tranchant).

Certo tutti i suoi avversari si impegneranno allo spasimo per batterla. Molti di loro la sottovalutano, qualcuno si innamora di lei, ma tutti resteranno affascinati da quel prodigio che negli scacchi rivela un’umanità impossibile ad altri, per quanto bravi ed esperti.

E tutti finiranno per volerle bene, senza che lei se ne accorga. Fino alla scena forse più commovente, quando torna nell’orfanatrofio per la morte del sig. Shaibel.

L’Ave maris stella, cantata dalle orfane prima e poi da un coro vero e proprio, accompagna Beth nel luogo che è stato la sua casa d’infanzia e dove ha scoperto la scacchiera.

E in questo ritorno scoprirà di essere stata e di essere molto amata. E quando accade, Beth piange, per l’unica volta nella vita.

Un accenno a parte meritano il sig. Shaibel, il custode dell’orfanotrofio che le insegna i primi rudimenti degli scacchi, e Alma Wheatley, la mamma adottiva.

Riottosamente burbero e silenzioso il primo, illusa e sull’orlo della disperazione la seconda, non possono non innamorarsi, ciascuno a suo modo, di quella bambina, che da un certo punto di vista resterà tale fino all’ultima sequenza, come indica la parola finale che chiude la serie: “giochiamo”.

La  bambina sarà per loro, come per altri, la speranza di uscire dalle prigioni in cui sono rinchiusi, lo scantinato per Shaibel, un matrimonio sfortunato e l’alcolismo per Alma. Speranza e felicità per entrambi.

Forse ci siamo innamorati anche noi di Beth nell’ultima sequenza, una delle più commoventi, in cui lei – ormai elegantissima nel suo cappotto bianco che la fa sembrare una vera Regina degli scacchi – si avvicina, discreta, verso una serie di tavoli che, in un parco parco pubblico di Mosca, ospitano le partite a scacchi di un gruppo di anziani.

La riconoscono tutti, e l’attorniano sorridenti per stringerle la mano, fino a quando uno di loro, che ricorda il sig. Shaibel, con un gesto la invita a sedersi alla scacchiera.

In quel gesto e nel suo “giochiamo” c’è il suggello che tutta la storia è quella di un grande amore, di una grande passione e non di una mania. Di una bambina che ha un dono meraviglioso – non di un genio -, che tutti, prima o poi, finiranno per riconoscere.

AA.VV