3 Novembre 2020

Usa: si vota, con un occhio alle code legali: Pennsylvania decisiva?

Pennsylvania Si vota. Seggi aperti per le presidenziali Usa più importanti della storia, non solo americana. Nessuno sa come andrà a finire, nonostante i sondaggi abbiano dato in costante vantaggio Biden (se veri, non si capirebbero le preoccupazioni dei democratici).

Tutto è pronto per la grande battaglia, che potrebbe vedere una vittoria di Trump al primo scrutinio, con esito ribaltato dal voto postale. Il presidente ha contro tutti, dalle élite finanziarie alle Big Tech, avversari, questi ultimi, molto dannosi, dato il peso che hanno sulla pubblica opinione e sulla circolazione delle informazioni.

Se l’incertezza regna sovrana, c’è da registrare una delle tante anomalie di queste elezioni: tanti analisti, pro e contro Trump, hanno indicato la Pennsylvania come lo Stato in cui si decide tutto. Chi vince là, sembra, vincerà la corsa presidenziale.

Tale elezione nell’elezione, va letta insieme a un articolo pubblicato su Infowars, sito pro-Trump (considerato estremo dai media mainstream).

Secondo Michael Snyder il fatto che il partito democratico abbia spinto i suoi elettori a votare via posta giocherebbe a favore di Trump.

Tale strategia ha fatto sì che milioni di elettori del partito democratico esprimessero il loro voto in tal modo, col risultato di ingolfare la posta americana. Così, tanti di questi voti potrebbero non giungere in tempo utile per essere ammessi nel novero dei voti validi.

Una possibilità che a quanto pare ha fatto nascere preoccupazione anche tra i democratici, i quali hanno iniziato a sensibilizzare i propri elettori su possibili ritardi postali, chiedendo loro, nel caso non avessero ancora espresso un voto postale, di recarsi personalmente alle urne.

Non solo, il voto postale ha norme alquanto stringenti, non solo sulla scadenza, ma anche sulla modalità di espressione: un errore nella busta può causarne l’annullamento.

Tutto vero, ma sul punto vale anche un discorso diverso, cioè che nella Carolina del Nord e in Pennsylvania – lo Stato forse decisivo… – le regole sono state cambiate, consentendo la validità del voto postale, rispettivamente, fino a nove giorni successivi alla chiusura delle urne o fino a tre.

Così anche le difficoltà di cui sopra possono essere aggirate. Ma sulla validità o meno del voto giunto dopo la chiusura delle urne incombe un punto interrogativo.

I repubblicani, infatti, consapevoli che il voto postale favorisce i loro avversari, hanno chiesto alla Corte Suprema di invalidare la dilazione del voto decisa dalle autorità locali.

Una sollecitazione respinta, per ora, al mittente. La Corte Suprema nei due verdetti riguardanti la Pennsylvania e la Carolina del Nord hanno confermato quanto deciso dai due Stati, cioè la validità della dilatazione temporale del voto.

E però, come rileva il New York Times, più che prendere una posizione in merito, la Corte ha deciso di non decidere, dichiarando la validità di quanto deciso dalle autorità dei due Stati perché essa non ha avuto il tempo per prendere in esame la complessa questione.

Ciò anche per evitare fratture interne alla Corte, equamente divisa tra giudici di indirizzo repubblicano e altri inclini ai democratici.

Alle due sentenze non ha partecipato Amy Barret perché non ha avuto tempo per leggere le carte; la giudice, infatti, si è unita ad essa in extremis, in sostituzione della defunta Ruth Bader Ginsburg, scomparsa poco prima del voto.

La sua chiara estrazione repubblicana avrebbe presumibilmente spostato l’ago della bilancia, ma si è preferita anche qui un’astensione, in linea con i verdetti di cui sopra e con eguale motivazione, anche se nel suo caso la motivazione è più personalizzata.

Tale sospensione potrebbe restare tale: se il voto in Carolina del Nord o in Pennsylvania risultasse chiaro a prescindere dal voto postale o fosse inutile ai fini dell’esito globale delle presidenziali. In tal caso, il nodo si potrebbe sciogliere in tempi prolungati e senza scossoni di sorta.

Ma se non sarà così, come sembra debba accadere, è ovvio che i repubblicani torneranno alla carica, chiedendo che la Corte Suprema si pronunci sulla validità delle decisioni prese dai due Stati e quindi sulla validità dei voti giunti nove o tre giorni dopo la chiusura dei seggi.

E a tale voto potrebbe, anzi dovrebbe, partecipare anche la Barret. Anche per questo in alcuni seggi, non si capisce se tutti, si stanno separando i voti postali dagli altri, in attesa di decisioni. Ma la baraonda è ovvia e conseguente.

Molte, insomma, le variabili di queste elezioni, tante le contese aperte. E la possibilità di scontri sociali è alta, tanto che l’esercito è stato inviato a presidiare alcune città.

 

Ps. Incontro riservato e off the record del generale Mark Milley con alcuni giornalisti Usa di primo piano. Il Capo di Stato Maggiore dell’esercito americano ha ribadito quanto dichiarato altre volte, cioè che l’esercito non avrebbe avuto alcun ruolo nella “transizione pacifica” del potere.

In particolare, Milley ha dichiarato che l’esercito non si sarebbe attivato per un’eventuale “rimozione del presidente dalla Casa Bianca”. Il chiarimento, riferito da Axios, è dovuto a una dichiarazione di Biden, secondo il quale Trump sarebbe stato “‘scortato fuori dalla Casa Bianca’ se si fosse rifiutato di lasciare l’incarico”. Dichiarazioni inquietanti, chiarimento obbligato.