27 Ottobre 2020

Usa: la Corte Suprema, JFK e la «november surprise»

I repubblicani vincono la loro battaglia alla Corte Suprema e Amy Barrett va a prendere il posto lasciato vacante dalla scomparsa del giudice Ruth Bader Ginsburg.

Una nomina avversata dai democratici, per i quali alla successione si doveva provvedere dopo la nomina del futuro presidente. Così non è stato.

La nomina della Barret è importante in prospettiva, dato che ora la Corte vede una maggioranza di giudici di indirizzo conservatore, con possibili ricadute su alcune leggi precedenti, ma soprattutto sulle prossime presidenziali.

La Corte, infatti, deve giudicare due questioni importanti, anzi una: il prolungamento della validità del voto via posta in due Stati, la Carolina del Nord e la Pennsylvania.

Il voto postale a scoppio ritardato

In Pennsylvania il voto espresso via posta finora era accettato solo se pervenuto entro la chiusura delle urne, cioè il 3 novembre. Ma la magistratura locale ha deciso di estendere di tre giorni la validità dei voti espressi in tal modo, a condizione che il timbro postale documenti che è stata inviata entro il 3 novembre.

Non solo, come sintetizza Spotlight, “i giudici hanno stabilito che anche le schede che hanno un timbro postale illeggibile e quelle che non hanno affatto tale timbro possono essere conteggiate a meno che non ci siano prove convincenti che siano state spedite dopo il giorno delle elezioni”… cioè l’onere della prova che non siano false spetta a chi sospetta una frode.

Una sentenza che ha scatenato le ire dei repubblicani, perché i voti postali sono per lo più democratici e temono truffe. Da qui un primo ricorso alla Corte Suprema, che ha visto i giudici dividersi secondo l’attuale polarizzazione: 4 a 4. Voto in stallo e richiesta respinta al mittente.

L’entrata in scena della Barret potrebbe ovviamente cambiare le cose, da cui un nuovo ricorso dei repubblicani.

Qualcosa di analogo è avvenuto nella Carolina del Nord, dove i giudici hanno deciso di accettare votazioni via posta fino al 12 novembre… 9 giorni dopo la chiusura delle urne. Anche qui l’ovvio ricorso dei repubblicani alla Corte Suprema…

Il voto postale è stato brandito dai democratici come necessario, in tempi di Covid-19, per tutelare la salute degli elettori, messa a repentaglio dall’assembramento alle urne.

Resta però il mistero del perché il Covid-19 renda più arduo che in passato apporre un voto in casa propria e inviarlo via posta. Ma sul voto postale “massimizzato”, sul quale il partito democratico ha focalizzato tutta la sua potenza di fuoco, abbiamo accennato in altra nota, alla quale rimandiamo (cliccare qui).

La “massimizzazione” degli Stati chiave

Tale “massimizzazione”, ovviamente, si concentra in quegli Stati considerati chiave per le prossime presidenziali: Stati cioè che esprimono un numero importante di delegati (ai delegati eletti nei vati Stati spetta poi votare il presidente) e che sono contesi tra repubblicani e democratici, tanto che qualche migliaio di voti in più o in meno possono decidere l’esito del voto.

Non dovrebbe meravigliare, dunque, che sia la Carolina del Nord che la Pennsylvania sono annoverati proprio tra questi Stati chiave.

Tra questi figura anche la Florida, che nel 2000 regalò la presidenza a George W. Bush attraverso un tormentato scrutinio (fraudolento per i democratici), che non portò fortuna al Paese né al mondo, dato che da lì a poco sarebbero iniziate le guerre infinite.

E in Florida è intervenuto a gamba tesa il miliardario Michael Bloomberg, già candidato alla Casa Bianca per i democratici, aprendo il portafogli per pagare a suon di milioni le pendenze pecuniarie inevase da rei condannati dalla giustizia, che per tali inadempienze non hanno diritto di voto.

Una mossa a sorpresa, che in Italia sarebbe stata oggetto di indagini della magistratura in quanto palese voto di scambio, ma che nel Paese impegnato a insegnare al mondo la democrazia è legale (The Guardian).

Scenari da november surprise, per parafrasare la nota october suprise che in genere caratterizza le presidenziali Usa.

La gaffe di Biden e l’oscuro passato

I democratici si lamentano del fatto che Trump li accusi di frodi. Una fake news per i media mainstream che li sostengono. E in fondo oggi è così, perché tutto emergerà, forse, solo al momento delle elezioni, cioè troppo tardi. Ma la possibilità di battaglie legali postume, con corollario di tensioni sociali, è alta.

In un video, l’imperdibile gaffe di Joe Biden: “Credo che abbiamo messo su l’organizzazione della frode elettorale più ampia e inclusiva nella storia della politica americana“.

Immaginifico Biden… Se vince – ed è da vedere – sarà il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti. Per un bizzarro ricorso storico, anche l’elezione del primo fu turbata dall’accusa di frodi elettorali.

Allora era un altro democratico, John Fitzgerald Kennedy, ed era il 1960 quando la democratic machine triturò Richard Nixon con accuse di brogli a Chicago.

Si spera, del caso, che Biden non faccia la fine di JFK, che dovette passare le consegne durante il mandato per decesso procurato.

E che non capiti, come allora, che il sogno di pace che egli rappresentava, adesso – a torto o ragione – incarnato per tanti americani da Biden, si tramuti nell’incubo di un facente funzioni votato alla guerra.

Allora fu Lyndon Johnson e il suo surge in Vietnam, domani potrebbe accadere con Kamala Harris e le guerre infinite, cui Trump ha posto un freno. Vedremo.

27 Novembre

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