17 Ottobre 2020

L'embargo all'Iran e il ri-equilibrio della forza

Domani scadrà l’embargo decennale sulle armi all’Iran decretato dall’Onu e sospeso al tempo dell’accordo sul nucleare iraniano, che prevedeva, qualora Teheran si fosse attenuto all’intesa, un via libera all’accesso al mercato delle armi internazionale.

Gli Stati Uniti hanno tentato in tutti i modi di far saltare la scadenza, usando un trucco di bassa lega: essendo tra i sottoscrittori dell’accordo sul nucleare (insieme a Cina, Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania), hanno denunciato il mancato rispetto dell’intesa da parte di Teheran, invocando la necessità di prolungare le sanzioni sugli armamenti.

Un trucco perché gli Usa si erano ritirati dall’accordo in maniera unilaterale. E anche specioso, perché, benché Teheran avesse accresciuto la sua potenzialità sullo sviluppo del nucleare, è comunque rimasta entro i limiti fissati, come documentato anche dall’Agenzia atomica nelle sue numerose ispezioni in loco.

Respinta al mittente la richiesta Usa, l’Onu ha così tolto le sanzioni comminate al tempo, aprendo a Teheran nuovi orizzonti.

Così Teheran potrà riprendere il commercio in questione, sviluppando il suo arsenale. E partecipando così alla corsa agli armamenti di cui da tempo è preda il Medio oriente, diventato uno dei mercati più fiorenti del mondo, dato che gli Usa hanno letteralmente inondato di armi l’Arabia saudita e altri Stati del Golfo, con la dichiarata intenzione di contenere la “maligna” minaccia iraniana (sul punto vedi Huffington Post, articolo dal titolo: “E se si fermasse la vendita di armi agli alleati Usa?“).

Ma al di là dell’inevitabile corsa alle armi, purtroppo non limitata alla regione in questione, la scadenza potrebbe dare un sollievo alla stremata economia iraniana, dato che la nuova apertura le consentirà di esportare il petrolio, sul quale si è abbattuta la stretta delle sanzioni statunitensi, che ne ha minato la commercializzazione.

Petrolio in cambio di armi, dunque, meccanismo che riattiverà almeno in parte la devastata economia iraniana, flagellata dalle sanzioni Usa e dal coronavirus (Piccolenote).

È probabile che i Paesi occidentali non parteciperanno di questi scambi e se lo faranno sarà con le limitazioni e la circospezione del caso, dato che gli Usa hanno minacciato di sanzionare duramente le aziende che si produrranno in tale commercio.

Ma Cina e Russia non hanno tali restrizioni, tanto che Maria Zakharova, portavoce del Cremlino, ha dichiarato che Mosca sta prendendo in seria considerazione l’inizio del commercio in questione (al Manar).

Sotto lo stesso profilo, ma con un orizzonte più ampio, i colloqui che si stanno svolgendo sull’asse Teheran-Pechino per stabilire una partnership a lunga scadenza, che certo includerà anche il settore degli armamenti (al Monitor).

Ciò avviene mentre nella regione sta nascendo un nuovo attore geopolitico di prospettiva globale, tale l’intesa tra Israele e i Paesi arabo-sunniti per normalizzare i rapporti.

Un accordo che sembra destinato a farsi sempre più serrato, creando un’area di scambi commerciali e intese sulla Sicurezza regionale della quale Tel Aviv sarà l’azionista di maggioranza.

Tale sviluppo aveva creato scompensi pericolosi, dato che la nuova forza dell’asse anti-iraniano avrebbe potuto indurre a ritenere un conflitto contro l’Iran un’opzione alla portata.

Il rafforzamento iraniano potrebbe riportare un riequilibrio – seppur sempre squilibrato a favore dei partner di Israele – nei rapporti di forza, tale da allontanare, almeno si spera, la devastante prospettiva.

Ma i falchi anti-iraniani potrebbero ritenere che sia proprio questo il momento di agire, prima cioè che l’Iran si rafforzi.

Ma sul futuro avrà un peso determinante la politica estera americana. Così c’è da aspettare chi sarà il nuovo presidente Usa.

Trump ha detto che, se rieletto, farà un accordo con Teheran in una settimana (solito esagerato). Biden ha promesso che riporterà gli Stati Uniti nell’alveo dell’accordo sul nucleare con Teheran.

Dichiarazioni rassicuranti, ma che devono fare i conti con il vento di contrasto dei neocon, che da anni spingono per un conflitto contro Teheran e sono riusciti a vanificare ogni tentativo di alleviare la pressione contro l’Iran (unica eccezione, appunto, l’accordo sul nucleare). Vedremo.

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