8 Ottobre 2020

Guerra azero-armena: Erdogan e Putin «quasi nemici»

Ieri compleanno di Putin, 68 anni, nessuna telefonata da Recep Erdogan. Se pure c’è stato un augurio, non è stato pubblicizzato da nessuno dei due, come invece hanno fatto in precedenza e come avrebbero fatto se la situazione fosse diversa.

L’asse Putin-Erdogan, che si era creato quando il presidente russo avvertì il suo omologo turco di un golpe ai suoi danni, si è incrinato. Novità non da poco: tale asse aveva cambiato il mondo perché variabile nuova nella geopolitica mediorientale e perché aveva aperto nuovi spazi di manovra alla Russia.

Certo, il sultano, nella sua ambiguità, è andato più volte in rotta con il Cremlino, in particolare sulla Siria, nondimeno il legame tra i due finora aveva tenuto.

Non è più così: la crisi innescata dalla guerra tra Azerbaijan e Armenia per il Nagorno-Karabach ha cambiato tutto, almeno ad oggi.

Perché è stata la Turchia a spingere l’Azerbaijan ad attaccare il Nagorno-Karabach, riproponendo il conflitto scoppiato quando Baku si rese autonoma dall’Urss e il Nagorno-Karabach si distaccò da essa per dichiararsi regione autonoma.

Oggi come allora l’Armenia è scesa in campo per difendere la regione autonoma e gli armeni che la abitano, affrontando l’urto parallelo turco-azerbagiano, Paesi legati in via indissolubile dalla formula “due Paesi, una nazione” ideata da Erdogan.

La Turchia, tra Grande Turan e neo-ottomanesimo

A spiegare il rinnovato interesse della Turchia per il Caucaso è Ria Novosti, che dettaglia le magnifiche sorti e progressive del Tanap (Trans anatolian gas pipeline), gasdotto che collega la Georgia e l’Azerbaijan alla Turchia.

Un collegamento non solo energetico, spiega Ria, perché ha saldato i destini dei tre Paesi come ha dichiarato Erdogan alla sua inaugurazione, aggiungendo, sintetizza il media russo, che avrebbe “contribuito alla sicurezza energetica dell’Europa. Che nella traduzione dalla lingua diplomatica significa: diventerà un’alternativa alle forniture russe”.

La Georgia, in realtà, conserva la sua autonomia; non così Baku, che per la Turchia rappresenta “la porta del Caucaso e dall’Asia centrale” (Ria).

Con questa guerra, Erdogan ha rilanciato l’influenza turca nello spazio caucasico post sovietico sfidando Mosca, che teme un’erosione della sua influenza nella regione e vede una nuova, pericolosa, destabilizzazione ai suoi confini.

Una spinta per la quale Erdogan può contare sulla “popolarità nel Caucaso di idee come il Grande Turan (un progetto pan-turco di un unico Stato per tutte le etnie turche) e il neo-ottomanesimo. D’altronde per i caucasici il tempo dell’Impero Ottomano rappresenta l’età d’oro e della prosperità” (Ria).

La preoccupazione di Mosca e Teheran

Putin, visibilmente irritato, ha chiesto a più riprese la fine delle ostilità. Ma soprattutto ha dichiarato che la Russia onorerà il Csto, il patto di mutua assistenza militare che la lega ad alcuni Paesi caucasici, Armenia compresa.

Dichiarazione che segna una linea rossa per gli azeri riguardo minacce dirette a Erevan, ma che pure evita una immediata discesa in campo delle forze russe, avendo il Cremlino specificato che l’alleanza non si estende al Nagorno-Karabach (Moscowtimes), teatro del conflitto.

Fermezza e prudenza, dunque, che lasciano spazio al Cremlino per cercare soluzioni, come dimostra la telefonata con il presidente azero Ilham Aliyev di ieri (Reuters).

Non solo Mosca, anche l’Iran teme la destabilizzazione ai suoi confini settentrionali. E ha duramente protestato per alcuni colpi dell’artiglieria azera caduti sul suo territorio e per l’arrivo in Azerbaijan delle milizie filo-turche che hanno già insanguinato la Siria.

Anch’essa cerca di mediare, dato che ha buoni rapporti con ambedue i Paesi, essendo l’Azerbaijan l’unica altra nazione al mondo a maggioranza sciita e avendo solidi rapporti con Erevan. Tutto vano, finora. E, per precauzione, ha schierato l’esercito ai confini.

Occhi interessati

I falchi Usa stanno certo giubilando per la criticità nata ai confini russi e iraniani e per la crisi tra Ankara e Mosca, che può riavvicinare Erdogan agli Usa.

Interessante anche un articolo di Yossi Melman su Haaretz, nel quale si dettaglia quanto annuncia il titolo: “Mentre il conflitto nel Nagorno-Karabakh si espande, il commercio di armi Israele-Azerbaijan prospera”.

Nulla di nuovo, il commercio di armi inevitabile delle guerre. Ma quel che lamenta Melman è il fatto che Israele, il cui popolo ha subito la tragedia dei campi di sterminio, non abbia mai condannato il genocidio armeno per non urtare la Turchia prima e poi, quando i rapporti con Ankara si sono deteriorati, l’Azerbaijan, Paesi ai quali ha venduto e vende armi.

Ora, tali armi sono usate contro i civili in Nagorno-Karabach, spiega Melman, che conclude: “È difficile aspettarsi che Israele, che denuncia sempre i razzi lanciati contro i civili da Hezbollah e Hamas, cambi modi”.

“Un altro paese potrebbe dichiarare una sospensione delle spedizioni, anche temporanea. In tutto ciò che riguarda l’Olocausto, la memoria storica e la vendita di armi, l’ipocrisia dei governi israeliani nel corso degli anni non è una novità. L’attuale silenzio del governo sulla questione la dice lunga. I ministeri della difesa e degli affari esteri hanno rifiutato categoricamente di occuparsi della questione”.

Ps. Elezioni annullate in Kirghizistan, piazza in fermento e caos. Altro Paese caucasico destabilizzato in parallelo alla crisi del Nagorno-Karabach. Non sembra una coincidenza.

Pps. Russi, francesi e americani, gruppo di contatto che da tempo avrebbe dovuto dare sviluppo ai negoziati sul Nagorno-Karabach, si incontrano oggi a Ginevra e lunedì a Mosca. Primo passo per tentare una tregua, forse vano, forse no. Ankara contesta l’iniziativa.

27 Novembre

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