6 Ottobre 2020

Trump torna alla Casa Bianca: fuga per la vittoria?

Trump torna alla Casa Bianca. Ha sconfitto il coronavirus ed è più forte di prima, perché “quello che non mi uccide, mi fortifica”, frase di Friedrich Nietzsche ormai divenuta proverbio popolare.

Questo è anche il messaggio che ha voluto dare Trump ai suoi elettori: l’eroe che ha sconfitto il coronavirus è tornato per vincere ancora.

La speranza contro la paura

Resta che, uscito dall’ospedale, i suoi avversari si sono sfilati i guanti che avevano indossato per l’occasione per tornare a picchiare duro, ribadendo, in altra forma, l’accusa-tormentone contro Trump: sta sottovalutando un virus che ha ucciso già 200mila americani.

Ciò perché il presidente non ha detto solo di aver sconfitto il virus, ma, pur ribadendo la necessaria prudenza, ha esortato l’America a non farsi “dominare dalla paura” del contagio.

Frase contestata, ma che ricorda altro del recente passato. In altra nota abbiamo accennato ai rimandi tra l’emergenza del Terrore, iniziata l’11 settembre del 2001, e l’emergenza pandemia, annunciata al mondo dall’Oms l’11 marzo 2019 (Piccolenote).

Non torniamo sul punto, e però val la pena sottolineare che l’esortazione di Trump è in linea con quanto dicevano e scrivevano puntualmente tutti i media, i politici e gli analisti – anche quelli che oggi criticano Trump – dopo gli attentati: non dobbiamo permettere che la paura cambi il nostro stile di vita. Esattamente quel che ha detto il presidente…

La salute di Trump

Ma al di là, restano le domande sulla reale salute di Trump, dato che non ci sono dubbi sul fatto che egli abbia forzato la dismissione dall’ospedale militare Walter Reed per riprendere le redini del trono di spade che una lunga degenza gli avrebbe sottratto, compromettendo irrevocabilmente la rielezione.

Se il presidente assicura di stare meglio di prima, i suoi antagonisti dicono che in realtà non solo non è  affatto guarito, ma che è a rischio ricadute, incidente di percorso frequente in questa malattia.

Un video nel quale Trump, tornato alla Casa Bianca, mostra evidenti segni di problemi respiratori è diventato virale. Certo, può essere un normale affaticamento, magari dovuto alla terapia, ma anche no.

Il mistero resta, dato che anche i medici che lo hanno in cura si sono trincerati dietro il segreto professionale (Washington Examiner).

Meno misteriosa è la terapia alla quale è stato sottoposto il presidente, un cocktail di regeneron, remdesivir e desametasone, rispettivamente un farmaco che produce anticorpi, un antivirale di qualche efficacia e un cortisonico usato in fasi di criticità acute che ha come controindicazione l’abbassamento delle difese immunitarie (Corriere della sera).

Leana S. Wen, cronista specializzata in temi sanitari del Washington Post, scrive che non è detto che dare più farmaci sia sempre meglio, in quanto “ogni farmaco ha effetti collaterali; maggiore è il numero di farmaci, maggiore è la possibilità di interazioni”.

“L’uso del cocktail di anticorpi regeneron per curare il presidente” solleva domande, aggiunge, perché “non solo questo trattamento è sperimentale, con poche prove riguardo la sua efficacia, ma il presidente sembra anche essere l’unica persona al mondo che ha ricevuto regeneron in combinazione con remdesivir e desametasone. Questa terapia deve essere tentata per la prima volta su qualcuno, certo, ma sul presidente?”. Domanda che in effetti ha una sua logica.

Sanità vs economia

Peraltro si può notare come vi fosse una certa dialettica tra il medico personale di Trump e i medici del Walter Reed – che pure il presidente ha lodato -, in particolare nel rapporto con la stampa.

Se il medico personale si è prodigato nel trasmettere ottimismo, gli altri hanno fatto filtrare informazioni meno rassicuranti (due crisi respiratorie).

Forse solo un diverso approccio verso l’informazione, mancando ai secondi il tratto politico del primo, ma certo la dialettica va registrata come dato rilevante, che forse ha contribuito alla decisione di Trump di lasciare l’ospedale forzando i tempi e puntando sul suo medico personale e sullo staff sanitario della Casa Bianca.

Resta da vedere se dopo quanto accaduto il coronavirus sarà tema dominante della campagna elettorale. Da tempo i democratici puntano proprio su questo, cercando di convincere l’elettorato che Trump ha sbagliato tutto.

Trump ha invece cercato di porre al centro i suoi successi, in particolare sul piano economico e occupazionale, che in effetti erano stati registrati un po’ da tutti prima dell’avvento della pandemia.

Ora che il coronavirus lo ha toccato gli sarà ancor più difficile l’esercizio di cui sopra, ma può comunque giocarsi, come sembra, la carta del comandante in capo che, vincente e in prima linea, porta il suo popolo alla vittoria. Molto americano.

In attesa degli sviluppi si può notare una strana circostanza: tutti i sondaggi che imperversano sui media danno Trump sotto Biden, differenziandosi solo sull’abisso che separerebbe i due, se 8 punti o più.

Vero che in America il voto popolare ha importanza relativa e che può vincere anche un candidato con meno voti, ma, se il distacco fosse davvero così abissale, Trump non avrebbe alcuna speranza. Ciò stride con l’impegno feroce profuso dai suoi oppositori, che evidentemente hanno tra le mani numeri diversi…

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