25 Settembre 2020

Domenico Ghirlandaio, Cenacolo

di Giuseppe Frangi

I Cenacoli sono una “invenzione” del ‘400 fiorentino: immagini dipinte che volevano essere speculari rispetto a ciò che ogni giorno si consumava nella stessa sala alla tavola dei monaci; la parola “cenacolo” indica infatti il luogo dove si mangia in comunità: la rappresentazione dell’Ultima Cena sul muro doveva suggerire quindi una continuità o “unità” di spazi, tra quelli dipinti e quelli reali.

È una tradizione che approdò alla fine del ‘400 al capolavoro di Leonardo per la “mensa” dei frati domenicani di Santa Maria delle Grazie a Milano. Ma la strada che porta a Leonardo è ricca di specialisti in cenacoli. Uno di questi è certamente Domenico Ghirlandaio: che dipinse il suo primo Cenacolo nel 1476 per la Badia di Passignano vicino a Firenze, un monastero vallombrosano.

C’è un qualcosa di schematico nello schieramento degli apostoli, isolati l’uno dall’altro attorno alla grande tavola, come per un distanziamento “ante litteram”. Nella sua semplicità il giovane Ghirlandaio ci regala un dettaglio di verità e intensità sorprendenti al centro dell’affresco.

Vediamo infatti Giovanni che ha posato il suo volto sul petto di Gesù e di fronte a loro un Giuda scarmigliato, con uno sguardo in bilico tra l’odio e la disperazione. Difficile immaginar due condizioni più radicalmente opposte.

Da una parte Giovanni, il cui ascolto assomiglia ad un dolcissimo sonno, dall’altra Giuda assediato dall’angoscia. Il suo piano sta andando in porto, ha incassato il gruzzolo che tiene nel sacchetto stretto in vita: è lui il padrone della situazione.

Ma un’evidenza lo trafigge: il tesoro, quello vero, sta dall’altra parte del tavolo, e da quello lui è tagliato fuori. Il tavolo è come una barriera, diventata in apparenza insormontabile.

Per questo il suo sguardo s’adombra, e non riesce a staccarsi dal fissare la pace in cui è sprofondato Giovanni. È il momento in cui Giuda s’accorge che nulla nella vita vale quanto l’essere amati da Gesù. E anche se è difficile immaginare due condizioni più opposte e distanti, resta la sensazione che Giuda è ostaggio del proprio rancore “della colpa che lo soffoca” (papa Francesco).

In realtà sembra vacillare. E vorrebbe tanto trovare chi lo perdoni. Come ha ricordato sempre papa Francesco, in un celebre capitello dell’abbazia di Vézelay, da una parte si vede Giuda impiccato e dall’altra «c’è il Buon Pastore che se lo carica sulle spalle e lo porta via con sé».

Giuseppe Frangi