23 Settembre 2020

Iran: le pressioni Usa e l'asse Israele-Paesi arabi sunniti

Foto di rito per la firma dell’accordo sul nucleare Iraniano, luglio 2015

Noa Landau, su Haaretz, analizza il braccio di ferro che gli Stati Uniti hanno intrapreso con l’Onu per ripristinare le sanzioni verso l’Iran sospese dopo l’accordo sul nucleare.

Un’iniziativa inattesa che rischia conseguenze. Gli Usa furono firmatari di quell’accordo, insieme ad altri Paesi (Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania) che si sono fatti garanti dell’intesa.

Due anni fa Trump ha revocato l’accordo, ripristinando le sanzioni che Washington aveva sospeso, ma l’intesa è stata conservata dagli altri Paesi firmatari.

Le sanzioni Usa e quella dell’Onu

La mossa Usa non è stata conseguenze. Teheran ha infatti aumentato l’arricchimento dell’uranio: in tal modo ha voluto chiarire che l’Iran non è disposto a rinunciare all’energia nucleare se in cambio ha solo l’ostilità e sanzioni.

Nonostante ciò, si è premunita di mantenersi nei limiti stabiliti dall’accordo, come appurato dall’Agenzia atomica e accettato dalle nazioni garanti.

L’amministrazione Trump ha affermato che il suo ritiro non era motivato dalla volontà di innescare una guerra, ma dall’esigenza di esercitare pressioni su Teheran per costringerla a un nuovo e più stringente accordo.

Ma la pressione non sta dando i risultati sperati e anzi a ottobre, data la conformità all’intesa, le Nazioni Unite revocheranno anche le sanzioni riguardanti l’acquisto di armi da parte di Teheran, sviluppo che gli Usa vogliono evitare.

Da qui il pressing di questi mesi, nei quali Washington, in quanto firmataria dell’accordo, pretende di aver diritto a denunciarne la violazione da parte di Teheran, denuncia che vorrebbe innescasse il ritorno a un regime sanzionatorio totale da parte dell’Onu, armamenti compresi.

La denuncia è stata portata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma non è stata accolta. I Paesi che vi fanno parte hanno infatti ribattuto che gli Stati Uniti non hanno più alcuna voce in capitolo, essendo ormai fuori dall’accordo.

Vista la mala parata, l’amministrazione Usa sta ripiegando su altro: non solo conserveranno le sanzioni già emanate contro Teheran, ma si apprestano a varare una legge per sanzionare le aziende che venderanno armi all’Iran.

Minaccia che limiterà l’accesso dell’Iran al mercato occidentale, ma non spaventerà Cina e Russia. Sebbene di scarsa efficacia, la misura inasprirà ulteriormente i rapporti con Teheran con rischi conseguenti.

Da parte sua Netanyahu sembra godersi il ritrovato feeling con Trump sull’Iran, dato che, come scrive la Landau, gli è gradito “lo scenario da Giorno del giudizio nel quale gli Stati Uniti agiscono in modo aggressivo per annullare l’intero accordo, anche a costo di infrangere le regole della diplomazia”.

E conclude: “Secondo molti alle Nazioni Unite , la mano pesante americana sulla questione ha rovinato ogni possibilità di compromesso […] e ha aumentato il rischio di una risposta estrema da parte di Teheran”.

“Ora ciò che resta da scoprire è se questa mano pesante si rivelerà di qualche efficacia. Perché alla fine di questo braccio di ferro […] tutte le parti potrebbero perdere, anche se una parte cerca di agire in modo follemente onnipotente per convincere gli altri a cedere per primi”.

L’accordo Israele-sunniti e l’Iran

Così veniamo al secondo corno in cui si dispiega la geopolitica israeliana, cioè l’accordo tra Israele e i Paesi arabi (sunniti) firmato la scorsa settimana a Washington.

Interessante, sul tema, l’articolo di Aluf Benn, sempre su Haaretz, dal titolo: “Come i suoi predecessori, Netanyahu ha optato per il realismo rispetto ai sogni messianici”.

Benn spiega che, con tale intesa, Netanyahu ha rinunciato all’annessione della Palestina, passo ineludibile, secondo alcuni ambiti ultra-ortodossi, in vista della realizzazione della Grande Israele.

“Alla fine – scrive Benn -, gli interessi comuni di Israele, degli Stati Uniti e dei suoi alleati arabi hanno prevalso sull’ideologia della Grande Israele o sulla solidarietà panaraba con i palestinesi”. Interessi contro messianesimo, dunque, dove ha prevalso il realismo.

Se la prevalenza del realismo sull’ideologia a sfondo religioso non può che essere accolta con favore, restano però delle incognite.

Anzitutto l’incognita sull’annessione, che potrebbe essere stata eliminata definitivamente dal novero delle possibilità o solo congelata in attesa di tempi più propizi.

La seconda incognita riguarda Netanyahu, la cui vera ossessione non è mai stata la Palestina, che reputa problema secondario, ma l’Iran, che considera nemico esistenziale.

Da qui la domanda cruciale: tale ossessione sarà temperata dal realismo di cui ha dato prova accordandosi con i Paesi arabi sunniti o, al contrario, tale accordo alimenterà tale ossessione?

La creazione di un asse israelo-sunnita può infatti dare una spinta stabilizzante al Medio oriente, se questo accetterà l’esistenza di un polo opposto sciita, già nei fatti, in un regime di antagonismo-convivenza (1) in stile guerra fredda.

All’opposto, tale alleanza potrebbe alimentare l’illusione che si possa arrivare allo scontro finale col rivale regionale, con esiti disastrosi.

Così Chemy Shalev in una nota per Haaretz del 2018: L’Iran “è stato per decenni la principale ossessione di Netanyahu. L’Iran è l’alfiere del ‘fondamentalismo musulmano’, che Netanyahu descrisse 25 anni fa nel suo libro ‘Un posto tra le nazioni’ come ‘un tumore canceroso che costituisce una terribile minaccia per la civiltà occidentale’. Non si negozia con i tumori, si fa una guerra totale per debellarli”. Si spera, appunto, che anche su tale direttrice si persegua la via del realismo.

(1) Lodando l’accordo tra Israele e Paesi arabi sunniti e il lavoro diplomatico svolto in tal senso da Trump, re Salman dell’Arabia saudita ha auspicato “la coesistenza tra tutti i popoli della regione” (Washington Examiner).

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