12 Settembre 2020

Usa: meno guerre infinite e il controverso Accordo del secolo

Usa e taliban a Doha

Sono iniziati i colloqui ufficiali tra Stati Uniti e talebani per un accordo sull’Afghanistan, che dovrebbe portare a un disimpegno dei militari americani dal Paese dopo 19 anni.

Tanti ne sono passati dall’intervento, ma anche dagli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono. Così il fatto che la conferenza di pace, che si tiene a Doha, in Qatar, sia iniziata l’11 settembre assume grande valore simbolico.

Il ritiro dall’Afghanistan e il mezzo ritiro dall’Iraq

Trump vuole dare un segnale sulle guerre infinite, che aveva promesso di chiudere, e dare l’annuncio della fine della guerra afghana – il peccato originale della nuova avventura bellica Usa – prima delle presidenziali, per dimostrare che la sua promessa non era vana.

Una pace fortemente contrastata dall’establishement, tanto che tale sviluppo è costato il posto a John Bolton: l’ex Consigliere alla sicurezza nazionale, infatti, fu licenziato proprio per essersi opposto ai negoziati, facendo definitivamente perdere la pazienza a Trump.

Gli accordi di Doha, sempre se arriveranno, giungono dopo il parziale disimpegno delle truppe americane dall’Iraq, annunciato da Trump alcuni giorni fa. Mossa, anche questa, contrastata e che va nella stessa direzione del ritiro afghano.

Certo, il parlamento iracheno aveva chiesto il ritiro totale delle truppe Usa, ma non è stato possibile, non ci sono ancora le condizioni. L’amministrazione americana, per opporsi, oltre ad altro e più oscuro, ha usato l’estorsione, minacciando il governo iracheno di negargli l’accesso al conto su cui transitano i soldi del petrolio iracheno, che è appannaggio della Federal Reserve Bank.

Senza quei soldi, scrive il Wall Street Journal, collasserebbe l’intero sistema statale iracheno, da cui la retromarcia di Baghdad. Pagina istruttiva sull’intervento che doveva portare la libertà e la democrazia in Iraq e che, di fatto, è stata una guerra di occupazione, che continuerà anche col ritiro simbolico di metà delle truppe.

Gli Stati Uniti hanno speso un sacco di soldi per conquistare l’Iraq, non ci rinunceranno facilmente, nonostante le promesse di Trump.

Troppe le variabili in campo, tra cui le pressioni di ambiti più che potenti che ritengono la presenza Usa necessaria a evitare che Baghdad cada definitivamente sotto l’influenza iraniana.

Sarebbe il capovolgimento totale di tutto lo sforzo geopolitico Usa, dato che l’Iraq è stato per decenni filo-Usa e anti-iraniano. Fin da quando il fedele Saddam Hussein aggredì Teheran in obbedienza al potente alleato, dal quale riceveva soldi, armi e appoggio politico, che non mancò neanche quando il Rais usò il sarin per gasare 5mila civili curdi, colpevoli di essersi schierati con l’Iran.

Ma al di là della travagliata storia irachena, resta il dato simbolico, che va ad aggiungersi appunto alla ricerca forzosa di un accordo in Afghanistan. Con queste mosse Trump vuole dire che nell’eventuale secondo mandato, nel quale dovrebbe essere più libero, porterà avanti la prospettiva indicata.

Gli Usa e l’accordo tra Israele e Paesi del Golfo

A questo si collega, almeno a livello formale, la spinta per normalizzare le relazioni tra Israele e Paesi arabi: dopo gli Emirati, anche il Bahrain ha annunciato la sua adesione.

Ciò va nella direzione di dar corpo al cosiddetto Accordo del Secolo, scritto da Netanyahu e sponsorizzato da Jared Kushner in seno all’amministrazione Usa, che vedrebbe la pace tra Israele e Palestina fiorire in concomitanza di una normalizzazione tra Tel Aviv e i Paesi arabi.

Così nella propaganda. In realtà serve ad aiutare Netanyahu, in difficoltà per le contestazioni interne, il dilagare del virus e l’inizio del processo che lo vede indagato. Ma anche Trump, che favorendo tale sviluppo, al quale si era finora tacitamente opposto, dovrebbe aver ri-guadagnato l’appoggio politico di Netanyahu e della destra ebraica americana, necessari in vista di elezioni tanto difficili.

Di fatto, si tratta di una normalizzazione tra Israele e Paesi del Golfo, coronamento di una strategia alla quale Netanyahu lavora da tempo, che accrescerà gli scambi commerciali tra i partner e il loro coordinamento militare in funzione anti-Iran e, almeno per ora, anti-turca.

Se la distensione e lo sviluppo dei rapporti commerciali tra vecchi antagonisti non può che essere salutata come una buona notizia, resta da capire se il coordinamento militare possa avere esiti positivi per la pace mediorientale.

Tante le variabili in gioco: l’abbandono della causa palestinese da parte dei Paesi del Golfo – probabile, infatti, un effetto a catena dopo Emirati e Bahrain – non è stato gradito a Ramallah né a tanto mondo arabo che lo vede come un tradimento, in particolare Teheran, che ha preso il testimone dei vecchi paladini della causa.

E l’Iran, se aveva da tempo coltivato la speranza di trovare accordi con il mondo sunnita in prospettiva di una pace regionale, vede tale speranza infranta, data la fiera rivalità reciproca con Israele.

Altra conseguenza di tale sviluppo è un più stretto legame tra Teheran e Ankara. Erdogan sa infatti che l’alleanza tra sunniti e Israele toglie spazi di manovra al suo sogno neo-ottomano.

Tante le variabili in gioco, dunque, alcune delle quali potrebbero alimentare ancor più la conflittualità della regione. Ma al di là dell’ipotetico futuro, di certo quanto avvenuto è un nuovo vulnus alla possibilità di uno Stato nazionale per i palestinesi. Ora sono più soli che mai (Haaretz). Ed è questa la più grande vittoria di Netanyahu.

27 Novembre

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