26 Novembre 2012

Jammes, Proust e quell'ultima preghiera a san Giuseppe

di Paola Di Sabatino
Tempo di lettura: 5 minuti

Marcel Proust

«Caro signore, vi ho conosciuto – voi, il più grande poeta che mi sia stato rivelato – in un periodo in cui la malattia, dopo una brusca curva, imboccava una china sempre più severa e ripida. E benché nelle rarissime sere in cui lascio un amico accostarsi al letto in cui giaccio in continuazione lo incarichi sempre […] di fervidi messaggi della mia crescente ammirazione per voi, ho voluto che dopo essere stato incapace di correggere una bozza, di scrivere una lettera, di parlare, le mie prime parole fossero per voi». Il «grande poeta» destinatario della lettera è Francis Jammes, le «parole» quelle autorevoli di uno dei più grandi romanzieri del Novecento: Marcel Proust.
Siamo nella seconda metà del maggio 1922: Jammes, il poeta delle Géorgiques Chrétiennes, aveva da poco pubblicato il suo splendido Livre de Saint Joseph; Proust, sfiancato dalla polmonite che il 18 novembre dello stesso anno lo avrebbe ucciso, stava per mettere la parola «Fine» alla sua monumentale opera, À la recherche du temps perdu. Nella lettera, una delle ultime prima della morte, Proust esprime con «tenero rispetto» la propria «immensa ammirazione» verso quel “poeta rustico” che assai di rado lasciava le amate montagne pirenaiche per recarsi nei raffinati salotti parigini (nei quali invece Proust era di casa).
Difficile immaginare due autori più diversi. Per rendere immediatamente l’idea si potrebbe forse dire che Proust sta a Jammes come le grandi cattedrali gotiche di Francia (alle quali sono dedicate pagine bellissime nell’opera proustiana) stanno ai piccoli altari di campagna dei Pirenei (assai cari all’immaginario jammiano). Il mondo dell’alta borghesia snob e degli ultimi splendori della nobiltà europea descritto da Proust non ha nulla a che vedere con quello popolato di personaggi modesti, umili, alle prese con le piccole vicende della vita quotidiana che troviamo negli scritti di Jammes; le miserie della natura umana, presentate con estremo realismo e rigore quasi scientifico nella Recherche, in Jammes divengono occasione costante di domanda, di preghiera. Eppure Proust amava moltissimo quel poeta provinciale la cui delicata poesia, fatta di immagini semplici, aveva già incantato Claudel, Gide, Mallarmé e Rilke, ispirato molta poesia italiana del primo Novecento (in particolar modo quella di Gozzano e Onofri) e influenzato l’intero movimento crepuscolare europeo. Peraltro l’autore della Recherche, che talvolta scrivendo giocava a fare il verso ad autori celebri, con Jammes non osa scherzare: «della prima parte dei vostri Mémoires […] mi ero divertito a fare […] dei piccoli pastiches. Però ho rinunciato a pubblicarli. Il pastiche fa sorridere, e sia pure con il più tenero rispetto non si deve sorridere di ciò che si ama».

Francis Jammes

Con tutta probabilità, oltre ai Mémoires, l’autore della Recherche dovette leggere anche Le livre de Saint Joseph, un’opera in prosa che alcuni considerano l’autobiografia spirituale di Jammes. Ne Le livre de Saint Joseph il «Glorioso Patriarca» guida il poeta tra le valli dei Pirenei alla scoperta di alcune storie di santi anonimi, sconosciuti, «che il mondo dimentica con troppa leggerezza» ma che al contrario segnano di commozione il volto di Giuseppe; un volto di cui Jammes non può neanche descrivere la bellezza: «Mi è così presente che le parole non tracciano affatto, ma sbiadiscono, i tratti di un volto così vero».
Quel viaggio, fatto di tanti incontri e dei silenzi «di due amici che non hanno bisogno di parlare per godere delle impressioni divine dei paesaggi», è raccontato da Jammes con parole semplici, immediate, che a tratti richiamano il linguaggio sobrio dei Vangeli, perché, come dice Giuseppe nell’opera, «Sole mi convengono […] quelle brevi parole del Santo Libro che hanno rivelato la mia esistenza. Dio ha esaudito il desiderio del mio cuore lasciandomi felice e nascosto nell’ombra minuta di una Vergine che tiene in braccio il suo Bambino».

Giotto, Natività

Di questo bell’omaggio a san Giuseppe dovettero colpire Proust soprattutto le preghiere che Jammes rivolge al santo al termine di ogni capitolo. Infatti, sempre nella lettera, congedandosi, l’autore della Recherche scrive: «nelle vostre preghiere a San Giuseppe chiedetegli di darmi una morte più dolce della mia vita».
Una richiesta tenera e sorprendente perché Proust, di madre ebrea e padre cattolico, «purtroppo» – così in una lettera del 1908 all’amica Geneviève Straus – non era credente; la sua opera peraltro aveva suscitato più di qualche perplessità in autori cattolici come Claudel e Mauriac, reticenti di fronte alla rappresentazione di un «mondo senza Dio» (Mauriac) fatto di «deboli associazioni votate unicamente alla sensazione immediata» (Claudel). Più tardi anche Albert Camus avrebbe parlato della Recherche come di un mondo in cui l’assenza di Dio era dovuta all’ambizione proustiana di creare «una perfezione conclusa» che desse «all’eternità il volto dell’uomo». Opinioni, quelle appena citate, che nel tempo hanno trovato una larga condivisione; eppure, come scriveva Carlo Bo, «la tentazione […] di sostituirsi a Dio non ha mai sfiorato Proust, e questo va tenuto presente quando si parla della religione o dell’assenza di una fede nella concezione proustiana. Ciò che noi diciamo indifferenza […] in realtà è una misura di rispetto, […] non avendo egli ceduto all’idea di poter offrire una lettura di quanto per lui era di per sé imperscrutabile».

Un silenzio rispettoso che del resto Proust mantenne non soltanto nell’opera ma anche nella vita. Céleste Albaret, l’affettuosa governante che assistette l’autore della Recherche negli ultimi otto anni di vita, racconta nel suo libro di memorie che Proust non parlava molto di religione: «Credeva dunque o non credeva? Non me l’ha mai confidato. […] L’ho conosciuto troppo bene per non sapere che se non me ne ha mai parlato è perché riteneva che la risposta riguardasse solo lui. L’unico indizio che mi abbia dato è la frase […] sulla possibilità di ritrovarci nella valle di Giosafat, il giorno in cui gli chiesi: “Ci crede, Monsieur, lei che sa tutto?”. E non sarò certo io ad azzardarmi a trarre una qualche conclusione». C’era però una storia che Céleste non sapeva spiegarsi, un episodio riguardante il rosario proveniente da Gerusalemme che Proust aveva ricevuto in regalo da un’amica: «Mi aveva parlato di quel rosario. “Vede, Céleste, sulla croce c’è inciso ‘Jerusalem’. Come avrei voluto andarci! Ma ho questo rosario a cui sono molto affezionato. E sa, Céleste, un giorno lei mi chiuderà gli occhi […]. E, dopo, desidero che mi avvolga questo rosario intorno alle dita. Me lo prometta, Céleste”[…]. Me l’ha ripetuto non so quante volte, in quegli otto anni».
Si sa che poi, nella concitazione e nel dolore di quel 18 novembre di novant’anni fa, la domestica dimenticò di esaudire la richiesta del romanziere. Eppure a chi scrive piace pensare che san Giuseppe, Speranza degli infermi e Patrono dei moribondi, non abbia invece dimenticato la povera preghiera di Proust e che, negli ultimi istanti di vita di quel figlio sofferente, il cuore del Carpentiere di Nazareth si sia riempito d’Amore. «Un Amore», scriveva Jammes, «in grado di racchiudere il Cielo e la terra».

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