22 Novembre 2012

Vengono qui a morire. Felici, per un lenzuolo pulito e il sorriso di madre Teresa

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È un vecchio reportage quello che riporta l’Avvenire del 18 novembre. Scritto da un agnostico irriducibile, come ama definirsi Angelo del Boca, nel lontano 1957. Ne riportiamo una parte; ed è un po’ lungo per il nostro sito. Ce ne scusiamo con i lettori, ma certe cose è difficile tagliarle.

In quel 1957 Del Boca è in India, in Kalighat Road, una strada impregnata di povertà e odore di sangue: si celebra un rito sacro alla dea Kalì, tra il fervore religioso e malati accasciati per strada. «All’improvviso, in Kalighat Road, si fanno largo tra la folla alcune giovani donne che indossano un semplice sari bianco orlato di azzurro, non sono qui per la dea, lo si comprende subito. Non hanno nulla da vendere, nulla da offrire o chiedere, nulla in comune con il resto della folla. Hanno occhi diversi, non stravolti, non eccitati. Una di esse si china sul giovane malato e gli tocca il polso, mentre un’altra interroga la donna-bambina che gli sta accanto. Poco dopo un carro si accosta al marciapiede e il giovane vi è caricato sopra. Quindi le donne in sari si avvicinano al vecchio, si chinano su di lui. Ma il vecchio non vuole rispondere, non vuole abbandonare la sua cesta. È testardo, cocciuto come soltanto può esserlo un vecchio indiano. E allora una delle donne prende dal carro un sacco e glielo stende sopra e allontana i cani che hanno avvertito l’odore di morte. Poi se ne vanno: ci sono tanti marciapiedi a Calcutta. C’è sempre qualcuno, al mattino, che non riesce più ad alzarsi dalle pietre. Spetta alle donne in sari il compito di raccoglierli. Osservate meglio, sopra il cuore hanno un piccolo crocifisso in ottone, sono le missionarie della carità. Li portano nella vecchia foresteria del Tempio della dea Kalì, e soltanto un muro divide la folla che si eccita all’odore del sangue da quei “quasi morti” che stipano i due cameroni del lazzaretto.

Il budello che immette nel primo camerone, quello degli uomini, è ostruito dal corpo di un vecchio. È l’ultimo arrivato, dentro non c’è più posto. Gli hanno messo accanto due ciotole: l’una per l’acqua, l’altra per il riso. Il sole, da fuori, gli lambisce i piedi. Mentre lo scavalco i suoi occhi mi seguono e alza la mano in un debole gesto di difesa. Poi sono nel camerone, di fronte ai “quasi morti”. Stanno sulle loro barelle, sdraiati o seduti, e mi guardano, e si avverte soltanto il rumore delle pale dei ventilatori. Ci sono vecchi scheletriti, che non sanno tenere ritto il capo; uomini colpiti dalla lebbra; ragazzi ai quali non resta, di vivo, che gli occhi. I vecchi sono candele che si spengono con un nonnulla. Li hanno tolti dalle strade soltanto perché qui il trapasso sia meno crudele. Ma non resistono che tre giorni. Tre giorni di cibo, di cure, non compensano gli anni della fame. Vengono qui a morire, lo sanno anche loro. E sono felici perché hanno un lenzuolo pulito, il primo della loro vita, una ciotola di riso, e il sorriso di Madre Teresa. Ed ecco entrare suor Teresa. Com’è piccola e magra. E com’è liso il suo sari bianco orlato di azzurro. Se non portasse il piccolo crocifisso sopra il cuore, potrebbe essere scambiata per la più povera delle donne di Calcutta. Ha il viso scavato, a punta, gli occhi grandi e grigi, pieghe amare già le solcano la bocca. E ci stupisce che, a un tratto, possa avere un sorriso che le illumina il volto, e lo fa quasi bello. Nel camerone si sente ora un brusio. Sono i malati che ripetono il suo nome».

Il racconto prosegue, continuando a narrare la sofferenza su cui suor Teresa si china. Lei, che Del Boca descrive come la «piccola donna che ha giurato di sconfiggere l’inferno di Calcutta. Questa fragile donna che ogni mattina guida le sorelle dai sari bianchi orlati di azzurro a raccogliere i morenti dalle strade».

«Negli anni successivi al mio incontro con Madre Teresa ho pensato più volte a lei», rammenta Del Boca. «Man mano che l’infaticabile missionaria della carità creava nuovi lebbrosari, centri di riabilitazione, case per i poveri in tutti i continenti, gioivo per lei. Di quella giornata conservo un ricordo indelebile».