20 Gennaio 2020

Jan Van Eyck, Madonna della fontana

di Giuseppe Frangi

Jan Van Eyck, Madonna della fontanaIl quadro è poco più grande di una cartolina: una tavoletta verticale con la Madonna con il Bambino in uno scenario impreziosito da dettagli dipinti con cura infinitesimale. È la Madonna della fontana di Jan Van Eyck, il più importante artista del 400 in Nord Europa, un artista che ha influenzato in maniera significativa anche tanta pittura italiana, in particolare per la maestria con cui ha mostrato la potenzialità di una tecnica nuova, la pittura ad olio.

Questo piccola tavola è conservata ad Anversa, ma è stata al centro di studi recenti, perché sulla cornice, ancora originale, l’artista ha messo non solo la sua firma e la data (1439) ma anche un motto in false lettere greche il cui significato è stato compreso dopo controversie.

“ALS IXH CAN” è la scritta (qui riportata in lettere latine), che in olandese si scioglie secondo tre possibilità: “come io posso”; “come meglio posso”; “il meglio che posso, ma non come vorrei”. Pensare che un artista possa dipingere meglio di così un quadro come questo sembra davvero impossibile.

Guardate solo il dettaglio di grande tenerezza del Bambino, con il suo corpo minutissimo che si inerpica sul collo di Maria, quasi a trovare protezione nell’incavo del suo collo. Una Maria semplice ma di dignità regale, che ha lo sguardo abbassato, tutto per lui.

È un’immagine preziosa e insieme di grande intensità affettiva; perfetta verrebbe da dire, non solo per la qualità, ma in particolare per la chiarezza con cui ci parla. Eppure quel grande artista che l’ha dipinta con pennelli ultrafini di sé dice che ha fatto quel che ha potuto; che avrebbe voluto fare di meglio.

È bello pensare che dopo aver realizzato un’opera come questa Jan Van Eyck abbia dovuto rendere pubblica la propria inadeguatezza. Che non è evidentemente tecnica, che non riguarda la sua abilità davvero insuperabile, ma che probabilmente tocca proprio il soggetto.

Come dicesse: “Ho provato ad esprimere l’intensità d’affetto e di destino che lega Maria al Bambino, ma ne ho restituita solo un’ombra…”. Un’ammissione che fa riflettere.

Primo, perché ci dice come la coscienza del proprio limite sia connaturata alla natura di chi è grande artista (a dispetto della retorica che li spaccia per onnipotenti).

Secondo, perché fa capire che un’opera come questa trova il compimento con lo sguardo che vi si poserà sopra, cioè il nostro, e con la semplice, sincera devozione che intende suscitare.

Giuseppe Frangi