30 Ottobre 2017

Corea: la guerra che non vuole nessuno

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Tre portaerei Usa stanno convergendo verso la penisola coreana. Una esercitazione programmata da tempo, dicono gli americani. Rassicurazione che non rassicura affatto.

Non solo la Corea del Nord, che da tempo denuncia l’ostilità degli Usa nei suoi confronti e giustifica come deterrenti in tal senso le sue iniziative balistiche. Ma anche il mondo, che segue con preoccupazione quanto sta avvenendo in Estremo Oriente.

Una guerra in Nord Corea sarebbe più che disastrosa per la regione e per il mondo. Proprio per questa ragione, scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera del 30 ottobre, «un vero conflitto è stato ritenuto a lungo improbabile se non impossibile».

«Ma il vento sta cambiando e per il peggio», aggiunge. «Esperti qualificati e diplomatici coinvolti nella crisi […] concordano nel ritenere che il punto di non ritorno si stia avvicinando ad una velocità pari a quella dei progressi nordcoreani nella sperimentazione degli ICBM (missili intercontinentali) […]».

«Nessuno vuole la guerra […] e meno di tutti la vuole [il leader coreano] Kim Jong-un che conosce bene la debolezza del suo Paese e punta sulla minaccia nucleare soltanto per ottenere uno status capace di proteggerla da rovesciamenti di regime patrocinati dagli Usa».

Ma, nonostante i contendenti facciano a gara nell’esibizione muscolare, pare che esistano «contatti inconfessabili» per evitare il peggio. Secondo gli esperti contattati da Venturini, infatti, si starebbe lavorando per avviare un negoziato vero e proprio che «dovrebbe prendere la forma di una conferenza regionale che poi regionale non sarebbe».

Infatti essa includerebbe «Corea del Nord, Corea del Sud, Giappone e Cina. Ma ovviamente anche gli Stati Uniti. E la Russia, che pur avendo soltanto un piccolo confine con la Corea del Nord vuole avere un ruolo nella crisi per diventare influente in Asia dopo esserlo diventata in Medio oriente».

«La Corea del Nord accetterebbe di fermare la ricerca e i test degli ICBM e di distruggere quelli esistenti», ma conserverebbe l’arsenale nucleare a corto raggio che «ha già inciso sugli equilibri dell’area».

Il patto dovrebbe contenere garanzie anche per la base americana di Guam, in cambio Pyongyang dovrebbe avere rassicurazioni dagli Usa su possibili manovre volte a un cambio di regime (Kim Jong-un non vuol fare la fine di Saddam Hussein).

Inoltre sarebbe aiutata l’economia nordcoreana, tolte le sanzioni e incoraggiati gli sforzi di riconciliazione tra le due Coree.

La presenza americana nella Corea del Sud verrebbe ridimensionata ma non eliminata. Infine, al Giappone dovrebbe essere precluso lo sviluppo di armi nucleari.

Garanti del patto potrebbero essere Cina e Stati Uniti, anche in combinato disposto con la Russia, mentre le ispezioni ai siti nucleari nordcoreani per garantire la non proliferazione sarebbero affidate a esperti dell’Onu o cinesi.

Fin qui la ricostruzione di Venturini. Val la pena accennare che la vittoria di Shinzo Abe nelle recenti elezioni giapponesi e il conseguente, probabile, riarmo nipponico va in controtendenza rispetto a un quadro di appeasement regionale.

Mentre le rassicurazioni per escludere manovre volte a un regime-change in Corea del Nord sono di difficile monitoraggio.

In attesa di vedere gli sviluppi, val la pena registrare che in America c’è grande confusione sulla crisi. Abituati da alcuni decenni a far fronte alle criticità con esibizioni muscolari, gli Stati Uniti si trovano impacciati in una crisi nella quale tale esercizio non produce alcun risultato, anzi.

Da qui certa schizofrenia nell’approccio al problema. Non solo nelle dichiarazioni contrapposte del Segretario di Stato e del Presidente degli Stati Uniti, dove il secondo ha smentito per ben due volte le aperture diplomatiche del primo.

Ma anche tra generali: per il generale Kenneth McKenzie il dispiegamento delle tre portaerei nel Pacifico «è la dimostrazione che possiamo fare qualcosa che nessuno al mondo può fare», parole che sembrano uscite dal film sul dottor Stranamore.

Per il ministro della Difesa James Mattis il dispiegamento della flotta ha come obiettivo solo «la completa, verificabile e irreversibile denuclearizzazione della penisola coreana»; dichiarazione, quest’ultima, dura, ma che lascia aperta la porta alla via diplomatica.

Detto questo, il tempo si è fatto breve. La guerra che nessuno vuole può scoppiare se non si ricorre al più presto ai ripari.

A novembre il presidente Donald Trump sarà in Cina, in una visita più che importante. Il Congresso del partito comunista cinese ha rafforzato Xi Jimping, il cui potere non trova più contrasto nella vecchia leadership del Dragone.

La nuova Cina, proiettata verso un futuro sempre più globale, vuole risolvere al più presto la grana coreana.

Da parte sua Trump, messo alle corde dai suoi avversari interni e dall’inchiesta sul Russiagate (oggi il primo arresto nell’inchiesta affidata al procuratore speciale Robert Mueller), ha bisogno di un successo in politica estera.

Fattori che potrebbero aiutare a sbloccare la perigliosa vicenda coreana. Vedremo.

Ps. Interessante l’accenno al riposizionamento della Russia, che sta sviluppando una proiezione verso il Pacifico, finora assente. Da questo punto di vista, va sottolineato il nuovo legame di Mosca con le Filippine di Duterte e il progetto di creare entro il 2020 nuove basi navali russe presso le isole Curili (priorità nazionale, secondo il ministero della Difesa russo).

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