24 Ottobre 2017

Catalogna: il modello kosovo

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«Rajoy è stato un grande fabbricatore di indipendentisti con la sua politica». Secco, perentorio lo scrittore Luis Sepulveda sulla crisi catalana in un’intervista rilasciata ad Alessandro Oppes per la Repubblica del 23 ottobre.

Secondo lo scrittore «il Pp ha lasciato che un problema politico andasse crescendo fino ad arrivare all’estremo di una possibile dichiarazione d’indipendenza».

«Il problema è che l’incomprensione della destra e del centralismo spagnolo», spiega, «ha fatto sì che il nazionalismo [catalano ndr] evolvesse verso l’indipendentismo in un modo incredibilmente rapido. Se si fosse fatto, fino a poco tempo fa, un plebiscito concordato con il governo centrale, quasi sicuramente avrebbe vinto il “no” all’indipendenza».

Duro anche con l’impugnazione dell’articolo 155 da parte del primo ministro Mariano Rajoy, un’iniziativa che secondo Sepulveda «trasforma la Catalogna in un protettorato spagnolo. Si arroga il diritto di convocare le elezioni quando lui lo decida».

Lo scrittore cileno ne ha anche per il partito socialista, del quale denuncia l’incapacità di esprimere una posizione propria, limitandosi a sostenere acriticamente il governo centrale e divenendo in questo modo del tutto «irrilevante».

Quella di Sepulveda è un’analisi intelligente nella babele che circonda la crisi catalana, che sta vivendo un momento cruciale: venerdì prossimo il Senato dovrebbe votare l’articolo 155 che decreterà il commissariamento della Generalitat e di fatto anche dell’amministrazione regionale e degli apparati di sicurezza locali.

Una mossa che presumibilmente farà scattare la dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte dei secessionisti (che potrebbero anche anticipare l’iniziativa di Madrid).

C’è dibattito sulla durata del commissariamento, che potrebbe durare più di sei mesi, o meno come chiedono i socialisti. I quali oggi hanno tentato una mossa a sorpresa, chiedendo ai catalani di indire nuove elezioni locali e di evitare la dichiarazione di indipendenza, cosa che frenerebbe l’applicazione dell’articolo 155.

Un’iniziativa intelligente, peraltro suggerita anche da Sepulveda. Ma appare di difficile accoglimento. Gli indipendentisti cercano il muro contro muro, dal momento che pensano che la conflittualità favorisce la loro causa.

Molto interessante, sotto questa prospettiva, un articolo di Omero Ciai, sempre sulla Repubblica ma del 20 ottobre, nel quale si leggeva che a maggio di quest’anno, prima che tutto precipitasse, il presidente della Catalogna Carles Puigdemont aveva ricevuto in visita il premier del Kosovo, Isa Mustafa.

«L’interesse di Puigdemont era quello di conoscere meglio […] la storia dell’indipendenza kosovara dalla Serbia nel 2008. Una dichiarazione unilaterale che venne sponsorizzata dalla comunità internazionale, Stati Uniti in testa, come una “remedial secession” o “secessione terapeutica” della maggioranza albanese del Kosovo, e che, per i catalani, dimostra che la secessione unilaterale è valida, anche per l’Onu, se la regione che si separa subisce “un uso della forza illegale  o gravi violazioni dei diritti umani e delle norme internazionali”».

Da qui l’idea di creare «uno scontro tra il governo di Madrid e quello di Barcellona» accarezzato da alcune organizzazioni civiche catalane, «che hanno lavorato moltissimo sui social network per affermare il concetto della Catalogna come regione repressa e maltrattata dalla Spagna “imperialista”». Narrativa alla quale ha dato argomenti la mano dura del governo durante lo svolgimento del referendum indipendentista.

A Madrid spetta il difficile compito di evitare il disastro secessionista senza alimentare nuove e più dure conflittualità, abbandonando la via della mano dura, cosa che sembra aver compreso, ed eludendo provocazioni della controparte.

Il punto è che Rajoy è consapevole che la postura inflessibile gli sta guadagnando largo consenso di stampo nazionalista, non solo a destra. Ciò rende più ardua la via del dialogo e del compromesso. Situazione a rischio.