13 Ottobre 2017

Il senso di Trump per l'Iran

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Il mondo è sospeso a quanto deciderà il presidente Trump. Oggi ha additato l’Iran come nemico del mondo, il maggiore sponsor del terrorismo internazionale, contro il quale intende mobilitarsi e mobilitare.

Una minaccia alla quale Teheran ha risposto a tono, ovviamente: se sarà attaccato si difenderà. Detto questo resta che Trump non ha ancora rivelato se de-certificherà o meno l’accordo sul nucleare iraniano. E tutto si gioca su questo punto.

Se deciderà in tal senso la questione dovrà essere esaminata dal Congresso. Tanti i contrari all’accordo, tra repubblicani e democratici. Ma su questi ultimi pende la spada di damocle del caso Harvey Weinstein, il celebre produttore di Hollywood inchiodato dai media per reati a sfondo sessuale.

Intimo dei Clinton, lo scandalo rischia di affondare l’immagine di Hillary, paladina delle donne e amica del molestatore seriale, la quale ha appena pubblicato un libro nel quale asserisce che di aver perso la corsa alla Casa Bianca per le interferenze russe, «una posizione che Bill non ha mai appoggiato», rivela un interessante articolo di Anna Lombardi sulla Repubblica di due giorni fa.

L’ex presidente Usa, infatti, avrebbe suggerito alla moglie: «Perderai se non vai a far campagna nel Rust Belt». Infatti. Altro che russi… tanto che Bill avrebbe gettato nel cestino il libro della moglie.

Ma che c’entra Hillary con la vicenda Iran? La Clinton ha ancora molta influenza sui democratici e, come indica il volume appena uscito, fortemente anti-russa, principale alleato di Teheran.

E, pur avendo sostenuto pubblicamente l’accordo con l’Iran (per non contrariare Obama che l’aveva siglato e doveva portargli voti in campagna elettorale), potrebbe portare i suoi sulle posizioni dei neocon repubblicani, ai quali si è consegnata da tempo, che stanno esercitando pressioni feroci perché l’accordo sia cancellato.

Da vedere quindi se e come l’ex Segretario di Stato eserciterà tale influenza sui congressisti e se e come uscirà dallo scandalo Weinstein. This is Hollywood…

Tante quindi le variabili di questo gioco al massacro, parola non casuale. Ad oggi ci sono solo le roboanti minacce di Trump, che in passato ha più abbaiato che morso.

Ma se anche intendesse dar seguito alle dichiarazioni odierne e impegnare gli Stati Uniti in una campagna contro l’influenza iraniana in Medio oriente, non è detto che consegua i risultati sperati.

E non solo perché rischia di ritrovarsi isolato, dal momento che l’Europa, la Cina e la Russia non sono intenzionate a seguirlo: cenno scontato  per Pechino e Mosca, meno per i Paesi europei.

Il punto è che diversi capi di Stato del Vecchio Continente hanno affermato pubblicamente di essere contro un’eventuale revoca dell’accordo siglato con Teheran (vedi Piccolenote). Cosa che stride con un’ipotetica risposta positiva all’appello di Trump.

Non solo l’obiezione dell’isolamento internazionale. In un articolo di al Monitor, Jack Detsh ha interpellato tre ex diplomatici americani distaccati in Medio oriente. Gente navigata, di lungo corso.

I quali gli hanno consegnato un quadro un po’ diverso di quel che appare da oltreoceano. Non sarà affatto facile a Trump mantenere la promessa di cacciare l’Iran da Siria e Iraq e debellare hezbollah.

Anzi, il rischio di perdere l’ennesima guerra è alto. Occorreva farlo due anni fa, spiega al cronista Robert Ford, ex ambasciatore statunitense in Siria: ora è «troppo tardi».

Da ultimo e non ultimo, c’è da tener presente che in loco ci sono i russi, che hanno potenziato la loro presenza. Davvero gli Stati Uniti vogliono innescare una guerra nucleare? L’apparato militare americano, da quando alla Difesa c’è il generale James Mattis, ha sempre evitato ingaggi diretti contro Mosca. Qualcosa vorrà dire, anche perché Mattis aveva consigliato di conservare quel trattato.

Sempre a proposito di russi e Medio Oriente, la Turchia, dopo aver acquistato gli S-400 russi, che pare siano i più efficaci sistemi anti-aerei in circolazione, ora vuole anche gli S-500.

Del significato simbolico della compravendita di tale sistema d’arma abbiamo accennato altrove (vedi Piccolenote): con tale scelta Ankara si è avvicinata a Mosca allontanandosi da Washington. L’idea di acquistare gli S-500 indica che Erdogan non è affatto pentito della scelta.

Infine c’è da rilevare che, dopo la storica visita di re Salman a Mosca, anche l’Arabia Saudita si appresta ad acquistare gli S-400. Ryad pareva iscritta di diritto tra le fila dei crociati anti-Iran (e anti-Russia).

L’acquisto degli S-400 indica quanto sia complicato il Medio oriente e quanto sia difficile tesserne le fila. E che la Russia ha qualche chanches di contrastare la crociata minacciata dal presidente degli Stati Uniti.

Resta il nodo dell’accordo nucleare che oggi, nonostante la veemente filippica contro Teheran, Trump non ha ancora sciolto. Cosa più concreta delle minacce al mondo (perché di questo si tratta, stante che il mondo pensa l’opposto).

Tutti i media sono concordi nel dire che il presidente de-certificherà. Vedremo se sarà così o se Trump stupirà il mondo come quando vinse la campagna elettorale contro quella che tutti i media internazionali indicavano come sicura trionfatrice.

Se invece tutto precipitasse, resta da vedere cosa accadrà nel Congresso degli Stati Uniti nei prossimi terribili giorni. C’è da attendere. E da sperare in un miracolo.