20 Luglio 2017

Netanyahu, Orban e il filantropo Soros

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È stato un «errore», anzi un «peccato» la «collaborazione dell’Ungheria con i nazisti». Lo ha detto ieri il premier ungherese Viktor Orbán incontrando il suo omologo israeliano Benjamin Netanyahu in visita a Budapest. «Non deve accadere mai più. L’Ungheria proteggerà il suo popolo», ha aggiunto Orbán.

Dalla caduta del Muro di Berlino, quella di Netanyahu è la prima visita di un premier israeliano in territorio ungherese, e avviene in un momento delicatissimo dati i rapporti tra le autorità del Paese, la comunità internazionale e quella ebraica.

Da tempo, infatti, la comunità internazionale, in particolare i governi dell’Unione europea, rimprovera Orbán di restringere le libertà democratiche. Rimprovero che, dati i buoni rapporti che questi coltiva con Vladimir Putin, non sembra scevro di un qualche riflesso condizionato anti-russo, sentimento alquanto diffuso in seno ai dirigenti del Vecchio Continente dopo la crisi ucraina che li ha visti contrapposti a Mosca.

Una criticità che si è acuita di recente a causa del braccio di ferro che Orbán ha ingaggiato con il finanziere George Soros. Quest’ultimo è accusato da più parti di aver favorito, attraverso cospicui finanziamenti elargiti dalla sua Open Society, le rivoluzioni colorate nell’Est europa e in altri Paesi.

Motivo per il quale Orbán vuol chiudere la sua Università in patria e porre un freno ad altre sue attività in Ungheria, dal momento che teme possa ripetere in patria quanto fatto altrove.

Da qui la campagna contro Soros, che però resiste alle pressioni. Una campagna particolarmente accesa, anche perché il finanziere si difende accusando i suoi avversari di antisemitismo, accusa che egli porta tramite i media che controlla o in qualche modo condiziona grazie ai lauti finanziamenti.

Un’accusa infamante che aveva ottenuto anche l’autorevole adesione dell’ambasciatore israeliano in Ungheria, il quale però è stato prontamente sconfessato dal ministro degli Esteri del suo stesso Paese.

Questi ha affermato che il diplomatico non intendeva «delegittimare la critica di Budapest a George Soros, il quale continua a minare i governi israeliani eletti democraticamente, finanziando organizzazioni che diffamano lo Stato ebraico e cercano di negare il suo diritto di difendersi».

Soros, infatti, finanzia gruppi come «B’Tselem e Breaking the Silence, che il governo conservatore considera come nemici interni», scriveva ieri Davide Frattini in un interessante articolo pubblicato dal Corriere della Sera, critico verso la visita di Netanyahu che con questo viaggio avrebbe avallato l’antisemitismo del suo ospite.

Se desta più di una perplessità la qualifica di «filantropo» che il cronista associa allo speculatore ungherese (sul punto abbiamo scritto una nota precedente alla quale rimandiamo), non ne destano i finanziamenti destinati alle ong israeliane nominate nel suo articolo.

Soros infatti era un grande sponsor di Hillary Clinton per la presidenza americana e in Israele ha nel laburista Ehud Barak un interlocutore privilegiato. Ex primo ministro, quest’ultimo ha contribuito non poco alla recente affermazione di Avi Gabbai come nuovo leader dei laburisti alle recenti primarie del partito che hanno visto perdente lo sfortunato Isaac Herzog.

Proprio i rapporti internazionali dei suoi avversari del partito laburista israeliano hanno spinto Netanyahu a sostenere Donald Trump, la cui vittoria non minava affatto la sua leadership in patria, anzi poteva rilanciarla.

Ma al di là di questi dettagli, il viaggio di Netanyahu in terra d’Ungheria ha diversi motivi di interesse. Primo fra tutti quello di togliere a Orbán il marchio di anti-semita (anche se tante sono le controversie sul punto in seno alla comunità ebraica internazionale).

Inoltre alleggerisce la stretta internazionale sull’Ungheria e rafforza, seppur indirettamente, i legami tra Netanyahu e Putin, che hanno trovato in Orbán un interlocutore comune.

Infine consente al primo ministro ungherese di giovarsi di un alleato formidabile nel braccio di ferro contro Soros, che si annuncia all’ultimo sangue.