1 Giugno 2017

Afghanistan, la "McMaster war"

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Sono novanta i morti dell’attentato avvenuto ieri a Kabul nel quartiere delle ambasciate, ovvero la zona ritenuta più sicura dell’Afghanistan. La divisione locale dell’Isis ha rivendicato, mentre i Talebani hanno negato ogni coinvolgimento. Si conferma il forte attivismo del Califfato nel Paese e la scollatura tra questo e i vecchi gruppi Talebani, alcuni collegati ad al Qaeda altri no, che peraltro avevano intrapreso negoziati con il governo.

Interessante quanto riporta Paolo Mastrolilli sulla Stampa del 1º giugno: «McMaster [consigliere per la sicurezza nazionale Usa ndr,] ha ideato con il capo del Pentagono Mattis un piano che sta sul tavolo di Trump, e aspetta la sua decisione finale. La nuova “surge” prevederebbe di inviare tra 3000 e 5000 uomini in più, chiedendo poi agli alleati della Nato, inclusa l’Italia, di mantenere o rafforzare la loro presenza in Afghanistan».

«L’autorità per decidere i raid aerei contro la leadership dei taleban passerebbe dalla Casa Bianca ai militari, che hanno già cominciato ad accelerare le operazioni, come ha dimostrato l’uso della GBU-43», la cosiddetta madre di tutte le bombe, sganciata il 13 aprile scorso apparentemente contro l’Isis afghano.

Trump non ha ancora evaso la pratica di questo “surge”, ma è alquanto evidente che questo attentato solleciterà il suo assenso. Se non ci fosse stato l’attentato, si potrebbe dire, chi voleva la guerra avrebbe dovuto inventarlo.

La «McMaster’s war», come viene definita negli ambiti che contano, pare quindi alle porte. Difficile che Trump possa resistere alle pressioni dei generali sui quali si appoggia per far fronte ai suoi tanti e potenti avversari.

Lo stesso giorno, Viviana Mazza intervista sul Corriere della Sera Malalai Joya. Figura simbolo della resistenza pacifica all’orrore in cui è precipitato il suo Paese, la Joya incarna la speranza di un Afghanistan migliore. Così al giornale di via Solferino: «Il problema non sono solo i fondamentalisti ma anche l’occupazione e il governo fantoccio di Ghani [presidente della Repubblica afghana ndr.]»

«[…] Dopo l’11 settembre, speravamo davvero nella pace e nella giustizia. Ma gli Stati Uniti non sono stati onesti: hanno rimpiazzato i talebani con i Signori della guerra, travestiti da democratici in giacca e cravatta ma anche loro fondamentalisti con le mani sporche di sangue».

«Ora è stato tolto dalla lista nera dell’Onu pure Gulbuddin Hekmatyar, il macellaio di Kabul: i suoi uomini, scarcerati, fanno attentati e difendono l’Isis in tv […] quando c’erano i talebani avevamo un nemico solo, ora siamo un corpo malato di cui tutti vogliono un pezzo: i talebani, i signori della guerra, le potenze occupanti. La democrazia non si ottiene con le bombe. La “madre di tutte le bombe” non serviva a distruggere l’Isis, ma a mostrare il potere Usa a russi e cinesi».

Da tempo russi e cinesi, e sopratutto i secondi, tentano di favorire il dialogo tra il governo e i suoi oppositori, pur se fondamentalisti, tagliando fuori dal negoziato l’Isis. Un tentativo per provare a stabilizzare un Paese che è fonte di instabilità ai propri confini.

Il Grande gioco afghano, come da definizione di Kipling che aveva individuato in questo Paese confinante con tutte le potenze asiatiche il crocevia nevralgico per le strategie del Continente, si appresta a conoscere un altro capitolo di orrori.

Dal tempo dell’invasione sovietica, era il 1979 allora, che gli Stati Uniti contrastarono creando al Qaeda, il Paese non conosce pace. Trentotto anni oramai. Sono davvero tanti, troppi. Evidentemente non per McMaster & soci.