23 Maggio 2017

Svolta Trump: l'America non esporta più la democrazia nei Paesi islamici

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«A Bagdad non si addice il “modello Westminster”. Figuriamoci a Tripoli o a Damasco. Ma nemmeno al Cairo. E neppure a Teheran dove pure fortunatamente qualche giorno fa, alle elezioni, è prevalso l'”ayatollah moderato” Hassan Rouhani». Inizia così l’editoriale del Corriere della Sera del 23 maggio di Paolo Mieli, che prosegue: «È la fine del quindicennio (ma calcolando i temi di elaborazione potremmo dire il trentennio) in cui gli Stati Uniti si sono impegnati nell’ardita impresa di esportare la democrazia nel mondo musulmano».

Un compito iniziato con George W. Bush e proseguito sotto Barack Obama, spiega Mieli, che conclude: «Ed è bizzarro che il compito di annunciare solennemente la conclusione di questa era politica tocchi al presidente che appare, con l’ovvia esclusione di chi gli ha dato il voto, come il più detestato della storia degli Stati Uniti». Tale determinazione è stata esposta da Trump al King Abdulaziz Center di Ryad, davanti a quarantacinque leader arabi.

Interessante anche l’accenno nel quale Trump ha spiegato ai convenuti che «il 90% delle vittime del terrorismo allo stato attuale appartiene al mondo arabo», come anche l’analisi di Mieli sui rapporti tra sauditi e terrorismo. Analisi integrata dagli orrori perpetrati da Ryad nella guerra in Yemen, che li vede sostenere i governativi contro i ribelli houti; in questo conflitto i «sauditi bombardano ospedali e massacrano la popolazione civile» e, secondo un rapporto delle Nazioni Unite, sarebbero «responsabili del 60% delle morti di bambini in Yemen». Difficile leggere righe come queste sulla guerra in Yemen, totalmente dimenticata dai media occidentali, dal momento che l’Occidente, nonostante le distanze vere o presunte che siano, ha sempre mantenuto un rapporto privilegiato con sauditi.

Editoriale insomma di certo interesse, quello di Mieli, che in sintesi spiega che con la svolta «realista» di Trump, oltre a portare gli Stati Uniti ad abbandonare l’ideologia dell’esportazione della democrazia, restaura i vecchi legami tra Washington e Ryad purché recidano il cordone ombelicale che li lega al Terrore.

Tra i vari motivi di interesse di questo editoriale è il fatto di aver riportato la parte del discorso di Trump relativa alle vittime del terrorismo. Significativo che sia il presidente più duro nei confronti dell’islam a riconoscere che il 90% delle vittime del Terrore è islamico. Una percentuale che va ricordata quando avvengono eccidi come quelli di Manchester.

I mandanti di quella strage perseguono vari obiettivi: non solo colpire l’Occidente per diffondere il Terrore in funzione destabilizzante, ma anche per alimentarne l’odio verso le masse islamiche. Più aumenta la distanza tra islam e Occidente, più sarà facile al Terrore controllare le masse islamiche (a loro volta destabilizzate dallo jihadismo terrorista e dai conflitti alimentati dall’Occidente), rendendole funzionali ai propri obiettivi.

È una strategia molto sofisticata, quella del Terrore, alla quale serve una risposta articolata e altrettanto sofisticata. Purtroppo non si vede all’orizzonte una classe politica europea all’altezza. È più interessata alle variazioni infinitesimali dei Pil dei singoli Paesi e a far rispettare ai propri cittadini il dogma del “rigore necessario”. Così è la vita.