12 Ottobre 2015

Marino e l'exit strategy di Renzi

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renzi marinoLo psicodramma capitolino si è consumato, anche se i suoi strascichi – in cauda venenum – rimarranno ancora di attualità per qualche giorno. Ignazio Marino si è dimesso; anzi no; anzi sì… c’è ancora da trattare sulla buonuscita con il Pd, verso il quale ha rivolto minacce non proprio velate, e da limitare i danni che potrebbe causargli la procura di Roma, la quale ha aperto un’inchiesta ma l’ha anche congelata.

Il chirurgo genovese se ne va perché ormai Renzi, che ha tentato di tutto per sostenerlo inviando al suo fianco il fido Orfini, giovane turco di belle speranze, non può più difenderlo. È stato utile per rottamare il Pd romano – come dimostra appunto la calata capitolina di Orfini – ambito non ancora permeato dal renzismo senza limitismo.

Ma ormai è diventato ingombrante e viene buttato a mare senza tanti complimenti, con una brutalità che stride con il favore pregresso. Suscitando ovvia, e forse ragionevole, reazione del chirurgo e dei suoi inattesi supporter, irati per la gogna funesta.

La sua non indimenticabile amministrazione non finisce tanto per la nota vicenda di alcuni pranzi e cene pagate a spese dei contribuenti, che son mera contingenza (del caso si sarebbe trovato altro). Il problema vero è che dopo le parole del Papa in America, che hanno fatto il giro del mondo, era impossibile che il sindaco marziano rimanesse al suo posto durante il Giubileo della Misericordia.

L’Italia, nonostante Renzi e i suoi, non poteva permetterselo, dal momento che la querelle americana sarebbe rimbalzata per un anno sui giornali e le cancellerie internazionali. Era solo questione di tempi. E la procura di Roma ha semplicemente evaso una pratica ineluttabile.

Il corollario della gogna di cui sopra è quello di far diventare Marino il capro espiatorio di un’amministrazione a tratti lisergica, obliterando una banalità: se ha governato per anni la capitale è perché ha avuto una maggioranza che l’ha sostenuto a tutti i costi, nonostante l’evidente inadeguatezza.

Ora si assiste all’usuale esercizio dell’ascesa gloriosa sul carro del vincitore e sono tanti a rivendicare la cacciata del sindaco genovese calato a Roma con un’astronave dalla quale non è mai sceso. Il quale in realtà si è cacciato da solo da tempo, grazie alle sue stupefacenti performances, ma se n’è accorto solo in questi giorni.

Adesso che la pratica è risolta si apre la partita vera, quella di governare una città che con Marino sindaco non aveva un soldo (circostanza che non lo ha aiutato ad amministrare, anche se ci ha aggiunto del suo, e purtroppo tanto) e che oggi invece va a ritrovarsi in pancia i finanziamenti e l’indotto del Giubileo (l’altra faccia della medaglia di un avvenimento di per sé altamente spirituale).

A quanto pare si voterà solo dopo questo anno, ed è quel che il governo ha fortemente voluto, facendo cadere la ghigliottina sul collo del chirurgo genovese solamente a ridosso dell’inizio del Giubileo, strumentalizzando in questo modo l’evento religioso a fini politici: il motto libera Chiesa in libero Stato va letto con il relativismo dovuto.

Durante questo anno sembra che non si potrà andare a elezioni (almeno così ha deciso una parte). E la città sembra destinata a essere governata da un commissario, figura scelta dallo stesso potere che ha sostenuto fin qui il sindaco uscente. Quel potere che sembra aver portato a termine una exit strategy vincente nonostante le difficoltà di percorso.

A breve la capitale si ritroverà così due commissari, uno per la città e uno per il Giubileo i quali, pur avendo compiti diversi, dovranno per forza di cose cercare un rapporto che eviti conflitti e sovrapposizioni. Dioscuri della pubblica amministrazione chiamati a gestire la capitale d’Italia senza alcun mandato popolare, particolare che in Italia sta evidentemente diventando un optional.

Di certo i giornalisti internazionali faranno qualche fatica a far capire l’intricata questione capitolina ai loro concittadini allorquando si troveranno alle prese con la cronaca giubilare. Spiegare che la capitale d’Italia è governata da un commissario piuttosto che da un sindaco può diventare oggetto di facile ironia.

Per quanto riguarda la prossima tornata elettorale romana è ancora tutto da chiarire. Il commissariamento, e il conseguente allungamento dei tempi, fa sì che avventurarsi in previsioni è futile esercizio. Da qui ad allora il quadro politico sarà soggetto al mutare dei tempi. Così i favoriti di oggi potranno essere diversi da quelli di domani.

Quel che rimane è lo spettacolo desolante di una città in degrado, i cui problemi rimarranno inevasi per un anno, stante che il commissario, figura ad tempus e “costretta” nel suo mandato, potrà al massimo fare esercizio di buona rappresentanza. Sic transit gloria mundi: vale per il sindaco uscente come per la città eterna.