12 Ottobre 2015

Gli Usa, la Russia e i fantasmatici ribelli moderati

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isis-640Sulla Repubblica del 7 ottobre Lucio Caracciolo si interrogava sulla partecipazione dell’Italia alla campagna di bombardamenti contro l’Isis. Allargando il suo ragionamento, Caracciolo si diceva scettico circa la sconfitta del Califfato islamico, dal momento che Obama non vuole impantanare gli Stati Uniti in una nuova azione militare.  «E se anche sconfiggesse le milizie califfali – si chiedeva -, chi si insidierebbe al loro posto? Non certo gli attuali regimi di Damasco e di Bagdad, impegnati a difendere i loro feudi domestici. L’alternativa sarebbe fra altri jihadisti e altro caos. Dal quale forse emergerebbe un nuovo aspirante califfo».

E proseguiva: «Non sembra dunque irrealistico lo scenario disegnato su Foreign Policy da Rosa Brooks, autorevole giurista già consulente del Pentagono di Obama: “Se lo Stato islamico continua a decapitare gente e se noi non siamo in grado di distruggerlo, forse ci stancheremo di combatterlo e decideremo di stringere accordi con esso. Passerà poi qualche decennio ed ecco che lo Stato islamico avrà un seggio all’Onu, se l’Onu esisterà ancora. E tutte quelle atrocità verranno cortesemente ignorate”. Insomma, “se smettiamo di bombardare lo Stato islamico, forse potrà contenere se stesso più rapidamente di quanto possiamo fare noi”» (titolo articolo: La sindrome del Tornado).

Immagine molto interessante quella proposta dalla Brooks, e però sciagurata: per il diritto internazionale, per il Medio Oriente e per la pace nel mondo. Ed è proprio per evitare tale sciagurato scenario, oltre che per interesse immediato, che si è mossa la Russia, la cui azione militare anti-Califfato non è presa in considerazione dalla giurista americana (non una voce isolata, dal momento che sono in tanti, negli Usa e altrove, a condividere le sue suggestioni).

In fondo, però, l’auspicio della Brooks ha una declinazione immediata, che si può constatare fin da ora: i raid russi sembrano ad oggi costituire il problema più grande delle cancellerie occidentali, insieme, e parallelamente, al mancato crollo del governo di Assad. Il Califfato e le altre milizie jihadiste legate ad al Qaeda, che hanno seminato il terrore tra la popolazione siriana, sembrano essere un problema secondario, da risolversi con metodi pregressi (la famosa coalizione anti-Isis che nulla ha fatto finora).

Anzi, pur di porre un freno all’intervento russo, che evidentemente sta rovinando i piani di chi sperava in un regime-change in Siria (vedi ad esempio le dichiarazioni di Paul Wolfowitz riportate dal generale americano Wesely Clarck e riprese in un articolo dell’antidiplomatico), tante e autorevoli voci stanno tentando di far passare come necessaria la strana alleanza tra Occidente e milizie jihadiste in funzione anti-russa.

Infatti, questa la vulgata, esisterebbero milizie jihadiste in Siria non legate all’Isis e ad al Qaeda che l’Occidente dovrebbe difendere dalle incursioni dei bombardieri di Mosca. In un’intervista a Fox News, Mac Cain, portavoce “politico” dei neocon, si è spinto oltre, affermando che si dovrebbe fornir loro armi in grado di abbattere gli aerei russi.

Una boutade, quella di Mc Cain, che peraltro non tiene conto, o forse sì, di un fatto notorio: le armi fornite dagli americani ai cosiddetti ribelli moderati sono finite per lo più in mano ai miliziani dell’Isis e di al Nusra. Ma al di là dell’improbabile auspicio di Mc Cain, resta la narrazione corrente, che pone divisioni nette tra gruppi terroristici e fazioni irredentiste anti-Assad, auspicando un’alleanza con queste ultime.

Tante e autorevoli fonti locali, anzitutto vescovi e patriarchi, come anche autorevoli fonti internazionali, hanno costantemente smentito che esistano in Siria ribelli moderati, o quantomeno ne hanno fortemente ridimensionato la consistenza, riducendola a fattore ininfluente e residuale dello scontro in atto tra Assad e i suoi nemici.

Sul punto, a titolo di esempio, riportiamo il contenuto di una nota pubblicata in passato sul nostro sito, nella quale Emma Bonino rifletteva su una diatriba tra Hillary Clinton e Obama riportata nella biografia dell’ex Capo del Dipartimento di Stato americano: la prima accusava il Presidente di arrendevolezza in quanto non aveva voluto aumentare la fornitura di armi ai cosiddetti ribelli moderati siriani.

Ecco cosa diceva in proposito la Bonino: «Quello che so per certo è che nel maggio-giugno 2013, all’epoca tra l’altro in cui in Siria vengono allo scoperto i tagliagole, era ormai chiarissimo, evidente e noto che i cosiddetti moderati e laici tra i ribelli siriani erano stati tutti epurati. Anche il Sirian Free Army era infiltrato da Al Nusra e dall’Isis. E dunque proprio non era il caso di fornire armi».

La Bonino non è certo una fan di Putin o Assad, anzi. E all’epoca era ministro degli Esteri, carica che gli dava accesso a informazioni riservate di alto livello.

Ora, invece, nella narrativa e nelle strategie belliche il ruolo dei cosiddetti ribelli moderati è tornato di primo piano.

Anche i russi, nonostante sappiano bene non esistano, dovranno prima o poi piegarsi a questa finzione e includere parte di questi fantomatici ribelli nell’ambito delle trattative.

Un modo per tenere aperto un canale di dialogo con l’amministrazione Obama e arrivare a un soluzione condivisa. D’altronde la stabilità in Siria non tornerà se non attraverso una soluzione politica concordata tra Usa e Russia, come Mosca sa perfettamente.

Ma ad oggi sono tante le resistenze a questa convergenza raggiunta da Obama e Putin all’ombra dell’Onu. In America e altrove. Che possono contare sul terreno di guerra sul sostegno ai miliziani proveniente dalle Petromonarchie del Golfo e sulle azioni di contrasto ai russi poste in essere dalla Turchia, che continua a sostenere le milizie anti-Assad ad essa legate, a bombardare il Pkk (baluardo anti-Isis) e a infastidire i russi a livello militare (diversi i contatti tra jet russi e turchi, per fortuna ad oggi senza veri e propri incidenti).

Azioni, queste ultime, che possono produrre scontri dalle conseguenze disastrose, basti pensare alle recenti dichiarazioni di Jens Stoltenber, il generale a capo della Nato, il quale ha ricordato che l’Alleanza atlantica è pronta a schierarsi a fianco di Ankara.

Il nodo della questione siriana in fondo è tutto qui: se tiene e si consolida la convergenza Obama-Putin o se i nemici della pace riusciranno a farla saltare. Ad oggi sembra tenere, come dimostra il segnale, di scarso peso militare ma importantissimo sul piano diplomatico, inviato dall’America, che ha annunciato di non voler più addestrare ribelli moderati.

Ma è ancora presto per poter intravedere l’uscita dal tunnel. Anche perché i costruttori di guerra sembrano più nervosi che mai. Da questo punto di vista l’incrudelirsi della lotta politica in Turchia, come indica la strage di Ankara, e l’infiammarsi della questione palestinese rappresentano segnali inquietanti. È un po’ la tecnica dei piromani: appiccare diversi focolai vicini per rendere più probabile e inarrestabile il dilagare delle fiamme.

I piromani, appunto, i quali nel loro agire si basano sullo studio dei venti. In questo caso, però, Eolo gioca a sfavore di Marte e dei suoi accecati guerrieri. Il vento è cambiato: l’Isis è in affanno, come anche i suoi sponsor e protettori internazionali.