22 Luglio 2015

Lapid, Netanyahu e il negoziato con i palestinesi

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Yair Lapid Non usa eufemismi Yair Lapid, leader del partito “C’è futuro”, interpellato da Davide Frattini per il Corriere della Sera del 22 luglio. Nell’intervista, il leader politico israeliano boccia senza mezzi termini l’accordo sul nucleare iraniano, definito come «la più grande disfatta della politica israeliana dalla nascita dello Stato, soprattutto per come il premier ha gestito il rapporto con gli Stati Uniti». E prevede un futuro incerto per l’accordo, ipotizzando addirittura il ritorno alle sanzioni contro Teheran.

Infine, sull’incendio che sta divorando il Medio Oriente (alimentato dallo jihadismo e altro), spiega: «Usiamo ancora i nomi di Siria e Iraq, ma quelle nazioni non esistono più. Da questo disordine possono nascere delle opportunità. Israele deve accettare di partecipare a un vertice che rilanci il processo di pace [tra israeliani e palestinesi ndr.], la soluzione dei due Stati è viva, anche se per attuarla è necessario un cambiamento di governo nel mio Paese».

Nota a margine. Tanti aspetti interessanti in questi cenni di Lapid. Se la denuncia dell’accordo sul nucleare iraniano è cosa scontata per un politico israeliano (a Tel Aviv tutti chiedono rassicurazioni riguardo la sicurezza del Paese), le sue parole segnalano il momento critico che sta attraversando Netanyahu, il quale, non solo secondo Lapid, ha portato Israele a un isolamento internazionale senza precedenti. Con un governo fondato su un solo voto di maggioranza, inseguito in patria da nuove inchieste giudiziarie, per il premier israeliano non è un buon periodo, anche se è un combattente e non cederà facilmente.

Interessante, nella sua brutalità, anche l’accenno al fatto che Iraq e Siria ormai esistono solo sulle carte geografiche. Sarà difficile rimettere a posto i cocci, ma l’Occidente (come la stessa Israele), che tanta influenza ha nella regione, non può permettere, pena il crollo della sua residua credibilità, che il Medio Oriente sia rimodellato in base all’azione delle Agenzie del terrore che vi imperversano.

Infine l’accenno a un possibile accordo tra israeliani e palestinesi apre alla speranza: Tel Aviv oggi appare più motivata che mai alla riconciliazione con i propri vicini, Nel Medio Oriente in fiamme sembra più che mai necessaria: il rischio che l’incendio si propaghi ai suoi confini è alto. Si apre una finestra di opportunità, della quale la comunità internazionale dovrebbe profittare.

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