21 Luglio 2015

L'Inghilterra delle sanzioni fa affari con Mosca

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95«Sul fronte dei rapporti con Mosca, pochi governi come quello conservatore di Sua Maestà britannica difendono con più veemenza la linea della fermezza nei confronti delle ambizioni neoimperialiste di Vladimir Putin». Inizia così un articolo firmato da Paolo Valentino sul Corriere della Sera del 21 luglio, che spiega come nel Forum economico di San Pietroburgo, al quale hanno partecipato molti imprenditori occidentali, gli inglesi hanno fatto lucrosi affari: la britannica British petroleum (Bp) «ha acquistato il 20% dell’immenso giacimento di gas e petrolio di Taas-Yuryakh, in Siberia, pagandolo cash 750 milioni di dollari. È il primo contratto di queste dimensioni tra investitori occidentali e un gruppo russo dall’inizio delle sanzioni».

Ancora, l’anglo-olandese Shell, insieme ai tedeschi della E.ON e all’austriaca OMV, hanno firmato un memorandum per la costruzione di «due nuove bretelle del North Stream, il gasdotto che collega la Russia alla Germania passando sotto il mar Baltico».

Non solo, la russa Rosneft e la Bp «si sono accordate per esplorare insieme due nuove aree nella Siberia Occidentale e nel bacino di Yanisey-Khatanga, per una superficie complessiva di 260 mila chilometri». La Bp fornirà la tecnologia necessaria che la Rosneft non può comprare all’estero causa sanzioni.

Sempre al Forum, è maturata la vendita del «29% del giacimento di Tass-Yuraki (che oltre a 134 milioni di tonnellate di petrolio contiene anche 155 milioni di metri cubi di gas) a Skyland Petroleum, misteriosa società con sede alle Cayman Islands creata solo nel gennaio di quest’anno, guarda caso da un’altra compagnia britannica, Vazon Energy, di proprietà di David Robson».

Prosegue Valentino: «È da Londra, notano fonti europee, che ancora di recente si sono levati moniti severi contro un’eccessiva dipendenza energetica dalla Russia, mentre non sono mai stati risparmiati attacchi durissimi contro South Stream, che avrebbe portato il gas russo in Europa via Grecia e Italia», ormai cancellato causa sanzioni.

Nota a margine. E così mentre le sanzioni alla Russia costano all’Italia circa un miliardo di euro (ma la cancellazione del South Stream costa molto, molto di più in termini di mancati benefici futuri), in una temperie economica già precaria, Londra lucra non poco dalla situazione. Londra che spinge perché le sanzioni siano più forti e cogenti, che tuona contro la «mollezza» dell’Italia e altro. D’altronde le sanzioni funzionano così da sempre: si impongono per ottenere per sé benefici politici e commerciali, a detrimento di quelli altrui.