21 Maggio 2015

Il petrolio dell'Isis, la caduta di Palmira e le lettere d'amore di Osama Bin Laden

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sky-tg24-osama-bin-laden-c3a8-stato-ucciso1Alcuni giorni fa sulla Casa Bianca si è abbattuta la tempesta scatenata da Seymour Hersch. Il premio Pulitzer per il giornalismo, autore di inchieste rivelazione nel passato, ha rivelato che il blitz dei Navy Seals che ha portato all’uccisione di Osama Bin Laden in realtà sarebbe stato fasullo: fin dal 2006 Osama sarebbe stato tenuto prigioniero dai servizi segreti pachistani ad Abbottobad; un’informazione che sarebbe pervenuta alla Cia grazie a un delatore pachistano; da qui il raid presentato al mondo come una vittoria sul terrorismo internazionale.

L’amministrazione Usa ha smentito in maniera categorica la ricostruzione di Seymour Hersch (confermata da altre fonti). D’altronde è in gioco tanto: non solo la credibilità di una brillante operazione militare che ha rilanciato nel mondo l’immagine degli Usa, ma anche, e soprattutto, la credibilità della lotta al terrorismo internazionale messa in campo in quegli (e questi) anni. Ne abbiamo scritto, non ci torneremo.

Non solo le smentite. La scorsa settimana viene effettuato un blitz in Siria che, secondo fonti americane, ha portato all’uccisione del cosiddetto ministro del petrolio dell’Isis. Una mossa che, nelle intenzioni degli strateghi della Casa Bianca, doveva servire non solo a colpire il Califfato, ma anche a ribadire che gli Stati Uniti sono in grado di effettuare operazioni come quella compiuta ad Abbottobad.

Certo, questa seconda motivazione è solo un’ipotesi, ma si fonda su alcune considerazioni di fatto. Quella contro il cosiddetto ministro del petrolio del Califfato è la prima operazione compiuta con scarponi a terra, dopo anni nei quali l’amministrazione Usa si è ben guardata da mandare soldati sul campo di battaglia siriano in funzione anti-Isis. Un blitz mai compiuto prima in quella zona, ma che ricalca, nelle dinamiche, quello messo a segno contro Osama Bin Laden.

Peraltro se l’intervento in Siria doveva dimostrare l’impegno Usa contro il Califfato, quanto accaduto in parallelo sembra indicare tutt’altro, relegando alla mera propaganda l’azione medesima. In effetti già prima dell’intervento degli incursori Usa, le milizie jihadiste minacciavano Palmira, città tra l’altro sede di un immenso patrimonio archeologico. Bene, l’Isis ieri è entrata a Palmira, senza che gli Stati Uniti e la coalizione internazionale abbiano fatto alcunché per evitare, contrastare o almeno ritardare tale evento. D’altronde per gli Usa Assad resta il nemico da abbattere.

Presto, oltre ai soliti video di decapitazioni in stile Hollywood, i mercenari dell’Isis metteranno in rete le consuete scene di militanti nerovestiti intenti a infierire su capolavori artistici (quelli rimasti in loco perché inamovibili, che le statue sono state portate in salvo dal “dittatore” Assad). Il mondo alzerà alte grida e lacrime per la perdita di tali ricchezze archeologiche (le quali a quanto pare valgono più delle vite dei poveri siriani decapitati in loco),  senza ricordare che tale scempio era stato ampiamente annunciato ed è stato altrettanto ampiamente permesso.

La presa di Palmira fa capire anche che il blitz messo a segno dagli Stati Uniti d’America, cantato dai media come un colpo terribile inferto al Califfato, in realtà non ha avuto alcun effetto. Avessero chiuso il conto in banca di Al Baghdadi, il Califfo redivivo, forse avrebbero inferto all’Isis un colpo più doloroso… Ma a quanto pare è impossibile procedere in questa direzione: i soldi dell’Isis sembrano intoccabili.

L’insignificanza del colpo messo a segno in Siria induce a domandarsi se hanno ragione molti analisti che hanno scritto che l’uomo ucciso dagli Usa in realtà non contava nulla. In effetti il tizio non compariva nelle liste di “catturandi” stilate dalle Agenzie Usa. Un particolare ammesso anche dalle autorità americane, che lo hanno giustificato spiegando che l’uomo era bravo a muoversi nell’ombra.

Particolare, quest’ultimo, che suona alquanto bizzarro, dal momento che l’Isis è monitorato da tutte le Agenzie di intelligence internazionali e che il petrolio è una delle più lucrose fonti di sostentamento dell’Agenzia del terrore.

Tra l’altro, per inciso, se l’intelligence Usa aveva informazioni così dettagliate sul ministro del petrolio del Califfato, avrebbe dovuto avere anche qualche minima informazione sui suoi “clienti”. Ogni giorno dai confini della Siria escono centinaia di barili di petrolio targati Isis e non hanno certo il dono dell’invisibilità…

In ogni caso il blitz siriano ha dimostrato che gli Usa sono capaci di brillanti operazioni sul terreno, proprio come accaduto ad Abbottobad (tra l’altro anche qui la luce verde all’intervento è stata data dal Presidente in persona).

Ma per chiudere la questione aperta da Hersch serviva ben altro. Così, a distanza di giorni, la Cia ha reso pubblici i documenti sequestrati nel covo di Osama Bin Laden. Sono lettere d’amore alle mogli, istruzioni ai suoi seguaci, libri e filmini porno. Una sola cosa bizzarra: tra i libri c’era The New Pearl Harbor: Disturbing Questions About the Bush Administration and 9/11 (la nuova Pearl Harbor: Domande spiacevoli sull’amministrazione Bush e l’11 settembre), un libro “complottista” sull’11 settembre

Il resoconto di tali documenti occupa pagine e pagine di giornali, rivelando tante cose inutili. Già, perché in effetti si tratta di un cumulo di sciocchezze che nulla dicono su al Qaeda, i suoi legami internazionali, i suoi affiliati. Neanche un cenno sulla localizzazione di almeno uno dei campi di addestramento, alcuni dei quali presumibilmente sono ancora attivi e continuano a sfornare tagliagole; né un’indicazione per risalire alle banche usate dallo sceicco del terrore e dalla sua banda. Nulla di nulla.

In compenso però la rivelazione di questa documentazione ha risposto all’inchiesta di Hersch: Bin Laden, al momento della sua uccisione, era ancora in servizio attivo, non prigioniero dell’intelligence pachistana.

Perché attendere tanto per rivelare al mondo tale inutile documentazione? Perché solo ora, dopo quattro anni dal blitz, e solo dopo le domande sollevate da Hersch? Certo, occorreva studiare le carte, ma quattro anni per leggere le lettere d’amore di Osama Bin Laden sembrano un po’ eccessivi.