21 Aprile 2015

Il Muro che s'alza nel cuore del Mediterraneo

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migranti«Ammonticchiati là come giumenti/ sulla gelida prua mossa dai venti/ migrano a terre ignote e lontane/ laceri e macilenti/ varcano i mari per cercar del pane/ traditi da un mercante menzognero/ vanno, oggetto di scherno, allo straniero/ bestie da soma, dispregiati ilioti/ carne di cimitero/ vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti». È una poesia di Edmondo De Amicis che racconta di quando sui barconi della speranza s’ammassavano i disperati nostrani e quando ad affogar per mare erano nostri connazionali. La cita Claudio Magris sul Corriere della Sera del 20 aprile per commentare questa ennesima tragedia marina. Novecento morti stavolta. E più che strage è ecatombe.

«Rivolgo un accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre; cercano una vita migliore. Cercavano la felicità». Così papa Francesco a San Pietro dopo la recita del Regina Coeli del 19 aprile, prima di chiedere ai presenti, a tutti i fedeli, una preghiera per quei poveri morti.

Ci si interroga, ci si domanda. Ma sono interrogativi e domande a volte vani, ché si sapeva che la tragedia era alle porte. Era solo questione di tempo e di quante vittime avrebbe causato stavolta (e il giorno dopo a Rodi…). Queste sciagure si consumano da anni, senza che nulla cambi, se non il nome del dispositivo organizzato per impedire gli sbarchi: allora c’era Mare Nostrum ora c’è altro, che costa di meno all’Italia ma non a quanti si avventurano per mare alla ricerca di un futuro diverso.

E il limite è proprio questo: che l’approccio dell’Europa alla questione migranti ha il suo fulcro in una missione navale posta a presidio per limitare gli sbarchi e al massimo soccorrere barche in difficoltà.

Un limite che va in parallelo a un altra discrasia: da sempre quando si parla di immigrazione si usa la parola “emergenza“. Ed è ben strano: un terremoto è un’emergenza, un’alluvione anche. Disastri che non si possono prevedere e che richiedono interventi straordinari.

Nel caso specifico, invece, parliamo di un’emergenza che dura da più di venti anni… un’emergenza provvisoriamente definitiva….

Non è solo una questione di nome, ma di logica. Una emergenza va affrontata secondo una logica propria. Affrontare un fenomeno ormai endemico con una logica emergenziale è del tutto errato (si potrebbero usare parole più forti, ma le risparmiamo ai lettori).

A questo proposito riportiamo un passo di un’intervista a Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, sulla Repubblica del 20 aprile: «L’Europa non può continuare a esprimere il suo sdegno e il giorno dopo la tragedia continuare come se nulla fosse. L’Europa deve rispondere. I responsabili dei morti dei migranti nel Mediterraneo sono gli scafisti, trafficanti e criminali. Ma noi tutti dobbiamo interrogarci e chiederci se abbiamo fatto abbastanza per salvare le vite di questi profughi disperati […] Abbiamo bisogno di una strategia a breve termine e a lungo termine. A breve termine dobbiamo dare mezzi e soldi perché la missione europea, poco importa il nome, possa funzionare. A lungo termine, abbiamo bisogno di una politica migratoria europea».

Certo sui responsabili di questa crisi si può fare qualche appunto a Schulz. Magari ci si potrebbe chiedere chi sta fomentando la guerra in Siria, chi ha voluto quella in Iraq o quella in Libia, chi sta alimentando il terrorismo jihadista: fattori di un’immane destabilizzazione del mondo arabo, e africano in genere, causa primaria di queste nuove ondate migratorie.

E magari si scoprirebbe che quei criminali sono in buona compagnia e più prossimi di quanto si immagini. Ma tant’é. Però quell’accenno a una politica migratoria europea a lungo termine ha un sapore nuovo e diverso, centra il punto: deve finire l’epoca dell’emergenza e iniziare quella della Politica. Quella con la p maiuscola, l’unica in grado di dare risposte reali.

Una Politica che non si limiti a innalzare nel cuore del Mare Nostrum l’ennesimo Muro che chiude agli sventurati del Sud le porte del ricco Nord. Un Muro d’acqua terribile e inane, che è oscura condanna per quanti non riescono a superarlo, ma che comunque in tanti superano e supereranno lo stesso: la spinta della storia è inarrestabile e i Muri non l’hanno mai fermata. Men che meno i muri costruiti sull’acqua.

Un Muro che è anche condanna per chi l’ha innalzato, perché segna un limite e chiude orizzonti. Segnala che la paura ha vinto sulla speranza. Indica l’inizio della fine di una civiltà.

Occorre una Politica che favorisca la distensione là dove regna la destabilizzazione. E, insieme, muti la prospettiva dell’accoglienza, non già improntata alla gestione di un fastidioso quanto gravoso problema, ma capace di cogliere le opportunità (per fare un esempio banale: l’agricoltura italiana vive solo grazie agli immigrati, ancorché troppo spesso sfruttati; lavoro che non viene tolto agli italiani, i quali non vogliono più andar  per campi).

Ma al di là delle ipotesi e delle prospettive future, rimane il dolore per le tante vite affondate nel mare salato. Vite povere e tribolate da affanni indicibili. Eppure abitate da ineffabile speranza e indomito coraggio. Quel che ci vuole per aggrumarsi su un barcone macilento e andar per mare, incontro a un incerto futuro.

La loro speranza e il loro coraggio sono conforto per quanti sperano contro ogni speranza che un nuovo futuro è ancora possibile. Che, come altri in passato, anche questo Muro innalzato sul mare può essere abbattuto. Che il Mediterraneo torni a essere il Mare Nostrum: nostro, ovvero di tutti, al Sud come al Nord. Serve una Politica o l’emergenza sarà sempre più grande tragedia.

Nota a margine. Sulla Rubrica dei necrologi del Corriere della Sera del 21 aprile, tra i ricordi di amici e importanti defunti:

Piangiamo la morte di

1.000 poveri cristi

che il mondo ha annegato nel Mediterraneo

Edoardo e Guido.

Un necrologio che vale più di tante righe. L’umanità non è morta.