18 Marzo 2015

La scomparsa di Putin

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San Pietroburgo, Putin incontra il presidente del Kirghizistan Atambayev

Due giorni fa Putin è tornato ad apparire in pubblico, dopo una decina di giorni nei quali la sua sparizione, con corollario di appuntamenti disdetti, aveva dato adito a diverse interpretazioni.

Tante voci si sono rincorse in questi giorni: l’ipotetica nascita di una figlia in una clinica svizzera o presunte malattie (argomento molto pericoloso per i leader russi, che in passato morivano di “raffreddore”). Ma le interpretazioni più ricorrenti insistevano su movimenti interni al regime: un braccio di ferro tra Putin e i falchi che avrebbe costretto il primo in un angolo. Notizie rilanciate in maniera autorevole il 13 marzo (poco prima delle elezioni in Israele) da Zvi Magen, l’ex ambasciatore israeliano a Mosca, secondo il quale in Russia era in corso un golpe.

Nulla di tutto questo, ha rassicurato Putin al suo ritorno. Anzi il suo portavoce ci ha scherzato sopra: «Lo avete visto il presidente? Avete visto com’è debole, com’è paralizzato, il presidente che era stato catturato dai generali? È appena arrivato qui in aereo dalla Svizzera dove, come ben sapete, ha assistito a una nascita». Lo stesso Putin ha ironizzato: «Se non ci fossero i pettegolezzi sarebbe una gran noia».

Tutto a posto quindi? Di certo Putin non poteva dire altrimenti per poter riaffermare la sua leadership.

E però a stare a quanto accaduto in Russia e alle parole dell’ambasciatore israeliano qualcosa deve essere pur successo in questi giorni, funestati anche da un incendio che nella notte tra il 15 e il 16 marzo ha divorato il campanile del monastero di Novodevichy a Mosca.

Tutto inizia con l’omicidio di Boris Nemtsov, il 27 febbraio. L’inchiesta sull’assassinio del dissidente russo porta all’incriminazione di alcuni militari legati a  Ramzan Kadyrov, primo ministro della Cecenia, da tempo in rapporti strettissimi con Putin. Rapporti che si sono consolidati durante la crisi ucraina, nel corso della quale Kadyrov ha dato una mano considerevole a Putin e ai ribelli del Donbass, inviando sul posto molti “volontari” della sua terra.

Prima considerazione. Diversi giornali hanno ipotizzato che nelle more dell’inchiesta Nemtsov, l’Fsb (il servizio segreto russo) o parte di questo abbia spinto sull’acceleratore per tentare di incastrare Kadyrov, che Putin considera un alleato chiave per le sorti della sua presidenza. Insomma, un modo indiretto per indebolire il presidente russo. Non sappiamo quanto l’ipotesi sia fondata, sappiamo però che proprio mentre l’inchiesta prendeva tali sviluppi, Putin ha conferito a Kadyrov la medaglia dell’Ordine d’onore, una delle massime onorificenze in terra russa. Un modo per ribadire gli antichi legami e la sua fiducia in Kodyrov. Ma certo l’affrettata investitura dimostra come Putin sia stato preso in contropiede dagli sviluppi dell’inchiesta, tanto da dover agire con certa urgenza.

Seconda considerazione. Nelle more delle trattative per trovare una pace in Ucraina, negoziata da Putin con Angela Merkel e François Hollande, molti osservatori internazionali hanno osservato che alcuni dei capi dei ribelli del Donbass sono rimasti scontenti, e con loro alcuni ambiti russi che avrebbero voluto forzare su Kiev.

Invece Putin si è fermato, con una mossa che, tra l’altro, dà modo e tempo agli avversari, grazie all’apporto Nato, di riarmarsi e ripartire. Rischio calcolato, ma che provoca qualche malumore in patria.

Terza considerazione. Le sanzioni e il calo del prezzo del petrolio stanno fiaccando gli oligarchi russi. Se quelli più legati al Cremlino hanno comunque una qualche rete di protezione, altri ne sono privi. Suscitare il malcontento tra gli oligarchi nella speranza di creare uno scollamento tra questi e il regime, tra l’altro, è uno degli obiettivi dichiarati delle sanzioni occidentali.

Conclusione. È possibile quindi che si sia creata una saldatura tra parte di alcuni apparati militari e di intelligence con parte dell’oligarchia russa per tentare di creare difficoltà a Putin. E forse proprio in questo asse va cercata la chiave interpretativa dell’omicidio Nemtsov (al di là di possibili ingerenze estere, impossibili senza sponde interne), che tanto sta mettendo in difficoltà Putin agli occhi dell’Occidente e in patria.

È necessario notare, inoltre, che Nemtsov poteva essere ucciso ovunque. L’assassinio di un dissidente, in qualsiasi parte della Russia fosse stato perpetrato, avrebbe comunque gettato un’ombra su Putin. Ma non avrebbe avuto la stessa valenza simbolica di un attentato compiuto ai piedi del Cremlino, che sta anche nell’evidenziare, all’interno e all’estero, la vulnerabilità del sistema. E il livello di infiltrazione che i nemici di Putin hanno all’interno dello stesso.

È probabile che il presidente russo in questi giorni di assenza abbia lavorato nel segreto proprio per tentare di capire meglio chi sono gli uomini nell’ombra che lavorano alle sue spalle e cercare adeguate contromisure. Anche in questa ottica forse deve essere letto il documentario intervista reso pubblico tre giorni fa, nel quale Putin ha rivelato che durante la crisi della Crimea aveva pensato di usare l’atomica. Un modo per apparire come un garante per quegli ambiti intransigenti, non solo i suoi nemici interni, che urgono per un ritorno della Russia al suo passato imperialista.

Sta accadendo qualcosa di paradossale: potenti ambiti occidentali stanno contrastando Putin nel nome della libertà e della democrazia. Nel far questo si trovano in sintonia con gli elementi più intransigenti della Russia, quelli, per intenderci, che sognano un ritorno dell’imperialismo sovietico. Quanto di più lontano ci sia dall’idea di democrazia e libertà occidentale.

Giustificano la loro propaganda in nome della pace in Ucraina, senza tenere in nessun conto (almeno si spera) che Putin, rispetto alle possibili alternative, è un moderato. L’alternativa, per intendersi, sono comunisti e nazionalisti, che agirebbero in maniera ben più dura dell’attuale zar nel confronto tra Russia e Occidente. Così che la mobilitazione per la pace in Ucraina rischia di scatenare una guerra più ampia e infausta della precedente.

Nota a margine. Una considerazione finale sulla sventurata Ucraina. Il 13 marzo, come era stato previsto da tanti, la nazione ha annunciato il default, avviando una ristrutturazione dei suoi debiti con i vari creditori (notizia passata alquanto inosservata, nonostante il can can sulla Grecia che versa in analoga situazione). Questo il risultato di un anno di governo inane che invece di lavorare per il bene dei cittadini ha lanciato il Paese in una guerra assurda contro le regioni orientali che avevano chiesto un regime di autonomia (previsto, tra l’altro, adesso dai fragili accordi di Minsk… e allora perché questa guerra?).

Ed è anche il tragico esito della rivoluzione ucraina, iniziata proprio per protesta contro l’accordo tra Putin e l’ex premier Yanukovich su un prestito di 15 miliardi di dollari all’Ucraina che avrebbe consentito di dare un po’ di respiro al Paese (ad oggi gli aiuti all’Ucraina provenienti dall’Occidente sono stati assorbiti dal conflitto e sono stati legati a riforme strutturali che non hanno prodotto esiti positivi per il Paese).

Uno Stato fallito nel cuore dell’Europa, nel quale scorrazzano, armati fino ai denti, battaglioni di miliziani che si richiamano apertamente al nazismo… Un incubo, ma di questo abbiamo già scritto e rimandiamo chi volesse leggerne alla precedente postilla.

(nella foto la riapparizione in pubblico del Presidente russo Vladimir Putin, in un incontro con il Presidente del Kirghizistan Almazbek Atambayev)