26 Febbraio 2015

Con l'embargo non si può ricostruire Gaza

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devastazione gaza

«Senza la fine del blocco israeliano a Gaza ci vorrà oltre un secolo per completare la ricostruzione di case, scuole e ospedali. A sei mesi dal cessate il fuoco che ha messo fine all’operazione israeliana ‘Margine protettivo’ nella Striscia, Oxfam [Oxford Commitee for Famine Relief ndr.] lancia l’allarme sulla disperata situazione in cui ancora versano gli 1,8 milioni di persone che vivono a Gaza, a causa delle carenze e progressive riduzioni delle quantità di materiali da costruzione in entrata».

«A farne le spese sono le circa 100mila persone, la metà bambini, che ancora sono costrette a vivere in rifugi e sistemazioni temporanee, mentre decine di migliaia di famiglie vivono in abitazioni gravemente danneggiate dai bombardamenti della scorsa estate». Così sull’Avvenire del 26 febbraio. Oxfam chiede la fine del blocco di Gaza per permettere di intervenire.

Nota a margine. Poco da aggiungere all’allarme lanciato da una delle più autorevoli ong del mondo, se non che la fine del blocco di Gaza era una delle richieste dei palestinesi al termine dell’ultimo conflitto: purtroppo non è stato concesso. La situazione deve essere davvero critica se anche il leader dell’ultradestra israeliana, Naftali Bennet, in un’intervista concessa alla Repubblica del 26 febbraio, pur non dando nessuna chance alla pace tra israeliani e palestinesi (a suo dire si può solo immaginare un po’ di «calma» in una prospettiva che vede Israele annettersi ampie zone attualmente controllate dai palestinesi), ha auspicato «un «Piano Marshall per noi e i palestinesi».