24 Febbraio 2015

L'Ucraina e la fine del sogno di piazza Maidan

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Con lo sguardo rivolto all'Europa

Una bomba è stata lanciata a Kharkiv, seconda città ucraina, sui manifestanti scesi in piazza per ricordare la rivoluzione di piazza Maidan (o colpo di Stato) che ricorreva il 22 febbraio. Pare che l’ordigno sia stato lanciato da un’automobile in corsa, uccidendo due persone. Un gesto criminale che è insieme un tentativo di far saltare quella fragile pace che si sta cercando di consolidare a seguito dell’accordo siglato tra Poroshenko e Putin, negoziato a Mosca da Angela Merkel e François Hollande (assente Federica Mogherini, rappresentante della Ue per gli Affari esteri: un’assenza che dice molto su chi detiene il potere nell’eurozona).

Abbiamo già accennato alla fragilità di tale accordo e di come vi siano ambiti che non vi si rassegnano, stante che questa pace consegna la vittoria a Putin, la cui caduta è il vero obiettivo della guerra che si è combattuta in Ucraina (va in questa direzione l’insistenza, da parte americana, di procedere alla fornitura di armi pesanti a Kiev in vista di una ripresa delle ostilità e l’idea di introdurre nuove sanzioni contro Mosca).

Ad oggi, però, la fragile tregua tiene, nonostante vi siano ancora incidenti. Altra cosa è invece la vicenda di Debaltsevo. Città strategica del Donbass per il suo snodo ferroviario, Debaltsevo era stata circondata dai ribelli, che avevano chiuso in una sacca circa ottomila soldati di Kiev: la città è caduta solo due giorni dopo l’inizio della tregua, che gli accordi di Mosca avevano fatto scattare il 15. Nonostante la discrasia cronologica, nessun esponente politico occidentale ha protestato per quella che apparentemente è stata una palese violazione del cessate il fuoco.

Presumibilmente gli accordi di Mosca prevedevano che la città, ormai circondata, fosse assegnata ai ribelli (in vista del negoziato successivo sul destino federale delle regioni orientali), e che le truppe di Kiev la abbandonassero entro il 15. Questo spiegherebbe anche il motivo per cui il giorno fissato come data di inizio della tregua era stato ritardato, causa di interrogativi da parte di molti analisti.

È probabile che qualche comandante in loco abbia provato a tenere la posizione nonostante gli accordi. Una difesa senza nessuna possibilità di riuscita, dal momento che per i militari accerchiati, ormai privi di munizioni e rifornimenti, non c’era via di scampo. Altri morti inutili, altri sacrifici umani offerti sull’altare di una guerra senza senso.

Questa coda agli accordi di Mosca spiega anche la complessità della vicenda ucraina, dove il governo di Kiev controlla solo in parte le milizie scatenate contro il Donbass e, più in generale, la nazione. Un caos che ha contraddistinto anche la campagna militare per la “liberazione” delle regioni orientali. Partita sulle ali dell’entusiasmo della rivoluzione di Piazza Maidan, forte dell’appoggio dei neocon Usa e dell’Europa, sembrava che Kiev potesse procedere con facilità, anche grazie all’appoggio logistico e militare dell’Occidente, alla liquidazione delle scalcagnate milizie ribelli. Non è stato così.

Non solo perché Mosca ha fornito analogo aiuto ai miliziani del Donbass (ma non le armi pesanti tante volte denunciate da politici ucraini e americani: ad oggi non è stata prodotta una sola foto dei famigerati tank russi inviati in Ucraina; e si tratta di uno dei Paesi più monitorati al mondo…). Ma anche perché, a differenza di altre campagne neocon, in Ucraina si è trattato di una guerra vera, nella quale il ruolo dei contractors, impiegati ampiamente nei teatri di guerra precedenti, non poteva che essere marginale. E perché gli strateghi del Cremlino si sono rivelati molto più capaci di quelli neocon, sempre pronti a iniziare una guerra, ma incapaci di portarla a compimento, come si è visto in Iraq, Libia e Afghanistan.

Ma, come tutte le altre guerre neocon che hanno funestato questo quindicennio, anche quella ucraina porta il loro marchio di fabbrica. I fabbricatori di guerra, infatti, hanno lasciato dietro di loro degli Stati falliti: lo si vede in Afghanistan, dove solo la mediazione di altre potenze asiatiche (Cina) sembra poter riportare un po’ di pace; lo si è visto ampiamente in Iraq e Libia. Tutti questi Stati sono falliti. Come fallito è lo Stato ucraino: la banca centrale ha quasi esaurito le riserve di oro, le fabbriche e il commercio sono ridotti allo stremo, la popolazione è alla fame. Risultato anche di una guerra, che oltre ad aver depauperato le ultime risorse del Paese, falcidiato vite innocenti (alla fine sono stati mandati sul fronte orientale anche i sedicenni), si è rivelata inutile: si torna al punto di partenza, ovvero a trattare sulla richiesta di autonomia delle regioni del Donbass, con queste ultime in una posizione di forza prima assente.

Uno Stato fallito che il 22 febbraio ha ricordato la meravigliosa stagione di Piazza Maidan. Manifestazioni di piazza sono state indette in tutte le città del Paese a memoria di quella stagione eroica. Quella a Kiev, dove si sono concentrati gli sforzi degli organizzatori, ha visto la defezione dei leader occidentali. C’era solo il polacco Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, e alcuni esponenti politici dei Paesi baltici. Oltre al presidente tedesco Joachim Gauck, la cui presenza ad un corteo dove garrivano al vento le bandiere neonaziste di Svoboda potrebbe lasciare un po’ interdetti gli appassionati di storia.

Non sappiamo quante persone sono scese in piazza a Kiev, ma i giornali hanno scritto di «migliaia di partecipanti». Non decine di migliaia, né centinaia di migliaia. In effetti abbiamo cercato invano foto sul web che riprendessero masse oceaniche, ma si trovano solo foto dal basso. Quelle poche scattate dall’alto mostrano una manifestazione sfilacciata. C’era da festeggiare la fine di un regime oppressivo, questa la narrativa mainstream, la conclusione della dittatura e l’inizio di una stagione di libertà e democrazia. E dimostrare il proprio consenso al governo contro “l’aggressore russo”, tra l’altro in un momento in cui la tregua consentiva un po’ di respiro dopo mesi di guerra. E invece solo un anno dopo, a ricordare questa data storica, solo qualche migliaio di persone. Meno dei partecipanti a una manifestazione della Coldiretti…

Numeri sui partecipanti ad altra analoga manifestazione, invece, li abbiamo riguardo Kharkiv. Ne accenna la Stampa del 23 febbraio, nell’articolo in cui si legge dell’attentato del quale abbiamo scritto in esergo. Riportiamo: «Testimoni hanno riferito che l’esplosione è avvenuta subito dopo la partenza della colonna di circa 500 manifestanti verso il centro della città».

Kharkiv, con il suo milione e mezzo di abitanti, è la seconda città dell’Ucraina. A ricordare la gloriosa rivoluzione solo cinquecento persone. Un numero che dà la misura di quanto tale anniversario sia sentito dalla popolazione. E del consenso del quale gode il governo di Kiev.

Uno Stato fallito nel cuore dell’Europa. Negli altri Stati falliti che ha lasciato dietro di sé il quindicennio delle guerre neocon hanno attecchito i fiori del male: la bandiera dell’Isis sventola in Iraq e da poco è apparsa anche in Libia, da tempo preda anche delle milizie jihadiste. Mentre in Afghanistan ancora è molto attiva al Qaeda e ben presente l’intransigenza talebana.

Ipotizzare analoga sorte per l’Ucraina è azzardato, ma paventare il pericolo di un inusitato attivismo delle forze neonaziste, protagoniste di questa stagione politica ucraina (e a stento finora trattenute), è meno azzardato. Speriamo che la pace raggiunta, sempre se dura, dia una nuova chance alla ragione.