21 Febbraio 2015

La Grecia e il compromesso pericoloso con l'Unione europea

Tempo di lettura: 3 minuti

tsipras marina cinese

È accordo tra Unione europea e Grecia: altri quattro mesi di aiuti, non i sei chiesti da Atene, durante i quali si contratterà su come portare avanti le riforme. Un compromesso nel quale non vince nessuno, ma che evita disastri, e in fondo è questo l’essenziale.

A favorire questo esito le pressioni giunte dagli Stati Uniti d’America. Nelle more della trattativa finale, nervosa e a tratti isterica, spicca una notizia. Proprio ieri l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo), nel suo rapporto annuale Going for Growth, diffuso in rete, pubblicava una tabella che indicava nella Grecia uno Stato modello per quanto riguarda le riforme elaborate e richieste dall’Europa ai suoi Stati membri.

La notizia l’ha riportata Carlo Clericetti sulla Repubblica del 20 gennaio. Spiegando come, dopo aver “strillato” la notizia, i funzionari Ocse devono aver capito che qualcosa non andava (o hanno ricevuto qualche telefonata di rimprovero) e l’hanno fatta sparire, per poi rimetterla su sotto altra veste: titolo quasi illeggibile e altro. Commenta Clericetti: «Anche il titolo dev’essere stato considerato imbarazzante: “Eurozona, il frutto delle riforme”. Se si considera l’attuale situazione della Grecia, non si può non concludere che quel frutto è immangiabile».

Già, questo è il punto della questione: in questi anni l’Unione europea ha erogato finanziamenti ad Atene costringendo i vari governi che si sono succeduti nel Paese a riforme draconiane. Riforme che hanno prostrato ancora di più l’economia, tanto da ridurre il Paese alla fame. Questa la posta in palio: se proseguire su questa strada folle o se tentare altre vie. Non è un problema che riguarda solo la Grecia. Altri Paesi europei si stanno inerpicando sul sentiero di riforme dettate dai fondamentalisti della finanza che abitano Bruxelles, vedi Italia. La partita che si sta giocando ad Atene, quindi, ci riguarda da vicino.

Da lunedì, si accennava, Tsipras e il suo popolare ministro delle Finanze, Varoufakis, riprenderanno i loro colloqui con la Ue. Le contrattazioni saranno laboriose e nervose, dal momento che, nonostante i greci si siano impegnati a rispettare tante delle condizioni imposte da Berlino, si tratta di visioni economiche inconciliabili e soprattutto di interessi divergenti: se per Atene è importante il benessere dei propri cittadini, per l’Europa sono importanti i conti. Una immagine icastica di come l’Europa dei popoli si sia trasformata nell’Europa delle banche (che in questi anni, abbiamo riportato in una nota, grazie ai politici della Ue, hanno potuto salvarsi dal rischio di una eventuale bancarotta greca facendo rientrare i loro capitali e addossando i rischi ai cittadini europei).

Non è un compito facile quello che attende Tsipras, dal momento che il suo partito, Syriza, non è un monolite e l’ala estrema, a sinistra, potrebbe non supportare i compromessi ai quali è chiamato il governo. Mentre a destra incombe, non da oggi, l’oscura ombra di Alba Dorata. La trattativa, insomma, potrebbe riservare indebite sorprese sul fronte greco.

Ma proprio ieri, appena chiuso il faticoso compromesso con la Ue, una notizia di secondo piano ha fatto intravedere come vi siano altre possibilità per uscire dalla crisi, non attraverso l’austerity, ma con lo sviluppo.

Proprio ieri, infatti, hanno attraccato nel porto del Pireo navi della marina militare cinese e l’ammiraglio Zhang Chuanshu ha incontrato sia il Presidente greco, Karolos Papoulias, sia lo stesso Tsipras. Il porto del Pireo interessa alla Cosco, il più importante gruppo di spedizioni marittime cinese, che è entrato in un progetto di privatizzazione e di rilancio dello stesso, allo scopo di farne uno snodo di primo piano della sua attività. Forse è esagerata l’affermazione di Papoulias, il quale ha detto al suo interlocutore che gli investimenti della Cosco stanno trasformando il Pireo «nel più grande porto del Mediterraneo», ma la vicenda risulta di certo interesse.

La Cina investe in Grecia, l’Europa, al contrario, è capace solo di chiedere il rientro del suo debito (come un avido usuraio). La prima dà benefici in cambio di altri benefici, la seconda, se non cambia linea, rimarrà vittima della povertà che sta imponendo alla Grecia (e dei suoi crediti, che al di fuori di un accordo lungimirante diverranno inesigibili).