16 Febbraio 2015

L'Isis arriva in Libia

Tempo di lettura: 5 minuti

clintonghed

«Prima ci avete visti su una collina della Siria. Oggi siamo a Sud di Roma… in Libia». È il messaggio che i dannati dell’Isis hanno recapitato, tramite solito video, all’Occidente. A parlare un macellaio in mimetica, passamontagna e pugnale al vento, posa plastica, che poi dà il segnale ai compagni di merende che provvedono allo sgozzamento di ventuno prigionieri egiziani, il cui sangue viene versato in mare in quello che appare un macabro rituale satanico (altro che religione islamica…), di quelli che prevedono sacrifici umani.

Il video che immortala l’orrendo crimine mostra tutte le fasi dell’eccidio, a differenza dei video in cui a essere uccisi erano occidentali, dove la fase horror era accennata per saltare subito al finale (testa mozzata vicino al corpo). Una discrasia che fa sorgere dubbi: o verso le vittime occidentali questi tagliagole hanno un qualche non dichiarato rispetto (negato evidentemente agli altri), o c’è altro e più oscuro ancora da comprendere.

Il film prodotto dai registi horror dell’Isis stavolta appare un po’ più minaccioso per quanti abitano le sponde settentrionali del Mediterraneo, in particolare per l’Italia, ai quali è rivolta la nuova sfida dei satanisti made in Califfato.

In realtà sembra che la minaccia si possa circoscrivere: la sfida è alla cristianità, che in Roma ha il suo cuore, tanto che a essere decollati sono stati dei copti, i cristiani egiziani appunto.

Non è la prima volta che Al Bagdhadi e i suoi minacciano Roma, anche se la loro prossimità inquieta più di altre volte. Colpisce, e val la pena di soffermarvisi, quell’accenno alle colline siriane dell’ignoto macellaio di lungo corso. Già perché proprio la Libia, in particolare la Cirenaica, fu uno dei bacini di reclutamento della prima fase della guerra siriana. Si ricordi che, caduto Gheddafi, migliaia di libici, armi e bagagli, furono trasportati in Siria a sostegno della primavera araba che avrebbe dovuto spodestare Assad.

Lo denunciava la comunità cristiana siriana allora, lo hanno detto altri dopo. Oggi gli stessi uomini che media e politici occidentali hanno festeggiato, coccolato, sostenuto e finanziato al tempo perché funzionali a progetti geopolitici che prevedevano la defenestrazione di Assad, sono tornati, coltellaccio in mano e passamontagna in testa, con un appeal diverso di allora.

Altro punto da mettere a fuoco riguarda un’altra primavera araba, quella libica. Allora, si era nel 2011, gli allegri guerrafondai nostrani portarono guerra a Gheddafi, Anche allora ci fu una primavera araba, partita appunto dalla Cirenaica, sostenuta e alimentata non si sa bene da chi (o forse si sa molto bene, gli stessi ambiti che oggi finanziano l’Isis), che individuò nel Colonnello un obiettivo da abbattere.

Gheddafi aveva strappato alle Compagnie petrolifere straniere che il 90% degli introiti del petrolio restassero in Libia, facendo del suo Paese il più ricco dell’Africa. C’erano scuole, ospedali e soprattutto non c’era traccia di jihadismo o fondamentalismo islamico, come si chiamava allora, nonostante la Jhamaria fosse uno Stato islamico. Gheddafi anzi fu il primo a spiccare un mandato di cattura internazionale contro Osama Bin Laden.

Non era una democrazia occidentale, la Libia, anzi, ma non era certo meno democratica dell’Arabia Saudita, alleato chiave dell’Occidente in Medio Oriente. Il Colonnello, nonostante i suoi difetti, veri o presunti, era anche riuscito a creare una unione nazionale, nonostante il Paese fosse un puzzle di etnie, clan, tribù che oggi, caduto lui, si danno alla guerra per bande.

Ora che Gheddafi non è più, in Libia è arrivato lo jihadismo e, da ultimo, la sua incarnazione più oscura, il tenebroso Califfato. Un articolo del Corriere della Sera che ospita interventi di autorevoli esponenti del mondo politico e culturale italiano critici riguardo gli errori commessi dall’Occidente in quell’intervento militare (critiche peraltro espresse anche allora), è titolato: «Meglio lui che l’anarchia» Quella nostalgia di Gheddafi dal centrodestra a Prodi. Titolo alquanto bizzarro: no, non è nostalgia di Gheddafi quella che esprimono i tanti che hanno criticato l’avventura bellica libica, ma nostalgia della ragione e di una politica con la P maiuscola.

Chi ricorda la foto che circolò in quei giorni, con Hillary Clinton sorridente alla notizia dell’uccisione del Colonnello, quel gridolino di soddisfazione, «wow», che lei confidò ai media, non può ora che mettere a confronto l’entusiasmo di allora con il video horror recapitato oggi. Sicuramente la futura candidata alla Casa Bianca non ha ripetuto quel «wow» guardando il filmato, ma siamo alquanto certi che non avrà avuto alcun ripensamento circa gli errori del passato. Che invece vanno ricordati per non ripeterli.

E veniamo all’Italietta. Essa è governata oggi da alcuni ragazzi di belle speranze che, di fronte alla minaccia targata Isis, sono scesi in campo senza esitazioni: si va alla guerra. L’idea è univoca: bombardiamo, anche se in modo umanitario, all’interno di una cornice Onu. Dichiarazioni rilasciate con una leggerezza che lascia basiti. Simona Bonafé, renzista delle prima ora, in una lucida intervista al Corriere del 16 febbraio, spiega che «non c’è alternativa all’uso della forza». No, l’alternativa all’uso della forza c’è, ed è l’uso della ragione, quella della quale anche noi, nel nostro piccolo, sentiamo nostalgia.

Un esempio banalissimo e semplice (se ne potrebbero fare tanti altri, ma rimandiamo per non allungare troppo questo articolo): basta chiudere il conflitto siriano, un brodo di coltura che ancora alimenta il terrorismo internazionale. Chiudere la partita con Assad e lasciare che il governo di Damasco liquidi con il suo esercito i fantocci del Califfo. Senza il sostegno che da più parti giunge a questi tagliagole, Damasco liquiderebbe la questione in pochi giorni. Purtroppo disegni geopolitici internazionali lo impediscono, Assad deve fare la stessa fine di Gheddafi. Magari salutata da un altro «wow».

Purtroppo questa storia non finisce qui. Subito dopo la fragile tregua raggiunta in Ucraina, che aveva dato un po’ di respiro al Vecchio Continente, l’attentato in Danimarca (un altro lupo solitario che semina morte) e il vessillo dell’Isis in Libia annunciano nuove tribolazioni per l’Europa. Momento difficile. Più che le bombe serve il cervello.

Nota a margine. Questo inusitato bellicismo nostrano, ribadito dagli editoriali di Angelo Panebianco e Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di ieri e di oggi, ha un inquietante corollario.

Nell’ambito delle riforme del governo Renzi è passata, di notte (particolare significativo), quella riguardante i poteri di guerra. La nostra Costituzione, che ripudia la guerra, assegnava poteri di guerra al Capo dello Stato, su deliberazione, a maggioranza semplice, di entrambe le Camere (ma era in vigore il proporzionale senza premi, che quindi necessitava di governi di coalizione e il bicameralismo perfetto che dava tempo di sviluppare un dibattito interno ai partiti e al Paese).

La riforma predisposta dai renzisti prevedeva che, abolito il Senato, fosse la sola Camera a deliberare in materia, sempre a maggioranza semplice. Un blitz dei Cinquestelle è riuscito a limitare i danni, modificando il quorum necessario, che ora è diventato a maggioranza assoluta. Ma se l’Italicum resterà quel che è attualmente, ovvero con un notevole premio di maggioranza, anche questa modifica in extremis sarà vanificata, lasciando di fatto la responsabilità di una tale scelta al solo governo (grazie al premio di maggioranza potrebbe essere un partito votato da una esigua maggioranza della popolazione).

Invero inquietante questo aspetto della riforma, sia nella prima formulazione che nelle prospettive. Né si capisce cosa c’entri questa modifica costituzionale con la necessità di risanare un sistema antiquato e bloccato, motivazione che il renzismo adduce per giustificare le sue riforme. C’è qualcosa di oscuro in tutto questo, che le attuali esternazioni sulla crisi libica rendono ancora più fosco.

(nella foto Hillary Clinton riceve il messaggio della morte di Gheddafi mentre rilascia un’intervista)