7 Febbraio 2015

Ucraina, residue chance per la pace

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«La vittoria militare nell’Ucraina orientale è ormai alla portata dei separatisti filorussi armati e sostenuti da Mosca». Così Stefano Montefiori sul Corriere della Sera del 7 febbraio.

Questa la situazione sul campo mentre si svolge una nuova iniziativa diplomatica forte ad opera di Germania e Francia: ieri Angela Merkel e Franςois Hollande sono volati a Mosca per un lungo faccia a faccia con Vladimir Putin per tentare, una volta ancora, una soluzione negoziata. Ancora incerti gli esiti, d’altronde questa crisi è abitata da una stabile precarietà, stante che sono troppi i dottor stranamore che vi aleggiano attorno.

Alcuni di questi stanno spingendo affinché gli Stati Uniti (e alleati) inizino a inviare armi pesanti a Kiev, nella speranza di ribaltare le sorti della guerra. A Monaco di Baviera i leader europei, dopo tre giorni di incontri, hanno convenuto che sarebbe una sciocchezza. «Ancora armi all’Ucraina? Sarebbe benzina sul fuoco», ha chiosato Michael Follom, ministro della Difesa britannico.

Vincenzo Nigro, sulla Repubblica del 7 febbraio, ha sintetizzato in questo modo i (fondati) timori europei: «Quante armi bisognerebbe dare all’Ucraina per fermare i ribelli filo-russi del Donbass? E se poi la Nato e l’Europa iniziassero ad armare l’Ucraina, quante altre armi ancora dovrebbero fornirle nel momento in cui (una certezza) Vladimir Putin decidesse di entrare in Ucraina con tutta la forza del suo esercito?».

C’è stata una rivoluzione (o colpo di Stato, che dir si voglia), quella di piazza Maidan, e c’è stata una guerra, quella del Donbass. Chi ha sognato lo sganciamento dell’Ucraina dall’orbita di Mosca per farne una testa di ponte Nato in funzione anti-russa non si rassegna. E sogna una escalation che chiuda una volta per tutte la questione. Sogni pericolosi, perché di escalation in escalation il mondo rischia grosso.

Il problema di questa vicenda è che certo mondo non può accettare una soluzione negoziale per tanti motivi, uno su tutti è che Putin, la cui fine politica era uno degli obiettivi – a volte anche dichiarato – di questa guerra, ne uscirebbe più forte di prima. Da qui tante difficoltà a trovare una soluzione che accontenti tutti.

E torniamo all’Ucraina. Scrive ancora Montefiori sul Corriere: «La situazione economica dell’Ucraina è fortemente degradata, la moneta locale ha perso di colpo metà del suo valore sul dollaro giovedì quando la banca centrale ha smesso di sostenerla avendo esaurito le riserve in valuta estera. La recessione è arrivata a sfiorare il 7 per cento nel 2014 e un altro 4 per cento è previsto per il 2015 [si tenga conto che in genere le previsioni di tal genere sono alquanto ottimistiche ndr.], mentre in Russia il crollo del rublo sembra essersi fermato e gli effetti delle sanzioni appaiono meno devastanti rispetto a qualche settimana fa».

Questa situazione è un altro fattore di ostacolo alle trattative. Già prima della guerra l’Ucraina non navigava nell’oro, ma oggi è al collasso. Tutte le sue residue risorse sono state risucchiate in questo conflitto folle, iniziato quando i ribelli del Donbass, che chiedevano autonomia, sono stati etichettati come terroristi – quindi privi di diritto di interlocuzione con il governo – e sono stati trattati da tali. Kiev, anche sotto la spinta delle forze neonaziste, ha subito optato per la soluzione militare, immaginando, e questo è un altro mistero, di poter facilmente avere la meglio. Ora che i cannoni hanno fatto sentire la loro voce la soluzione negoziale non passa più per i termini iniziali: le concessioni a cui dovrà sottostare Kiev per porre fine a questa guerra non possono che essere più onerose di allora. Cosa che il governo ucraino difficilmente può accettare.

E ancora: «Finché c’è guerra c’è speranza», recita il titolo di un famoso film di Alberto Sordi. Nel caso specifico non ci riferiamo all’apparato militare industriale Usa, che pure ha i suoi interessi a spingere per la fornitura di armi pesanti a Kiev, ma ad altro. Ad oggi, a causa di questo conflitto, l’Ucraina riveste un ruolo chiave nella strategia Nato. Da qui aiuti economici e finanziari da parte dell’Occidente (anche se, come evidenziato, non troppo incisivi). La conclusione del conflitto cambierebbe la situazione. E a Kiev c’è chi teme di essere abbandonato nel mare in tempesta di una crisi senza precedenti.

Insomma, tanti fattori ostativi a un accordo che riporti la sospirata pace. Resta la speranza che, nonostante tutto, la ragione abbia la meglio su certe pulsioni autodistruttive che sembrano attraversare l’Occidente.