6 Febbraio 2015

La Grecia e i Niet dell'Europa

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Greek Finance Minister Varoufakis and German Finance Minister Schaeuble address news conference at the finance ministry in Berlin

«La Grecia ha bisogno della Germania, che si è trovata nel passato nella stessa situazione, cioè umiliata dagli altri Paesi e in una pesante depressione, quella che il secolo scorso ha portato all’ascesa del nazismo. Il terzo partito del Parlamento greco è il partito nazista». Con queste parole il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ha sintetizzato la situazione del braccio di ferro che si sta consumando tra Atene e Bruxelles.

Appena insediato, il nuovo governo ellenico, trazione Tsipras, ha iniziato il suo tour nella Ue nella speranza di trattare in altro modo la triste sorte della Grecia, stremata da una crisi economica senza precedenti e ancora di più dalle misure draconiane imposte dalla Troika per il suo “risanamento”. Ma il gelo che ha accolto le richieste greche, nascosto sotto un velo di cortese ipocrisia, è glaciale. Nessuna concessione, è il refrain che vanno ripetendo i vari leader tedeschi, padroni del vapore europeo. E la Bce, con l’integerrimo Mario Draghi, ha raddoppiato il fardello, negando la possibilità di accettare titoli greci per l’erogazione di altri finanziamenti.

Il 28 la Grecia è chiamata a presentarsi al tribunale della Troika per il prossimo esame e se le cose rimarranno così si rischia una sonora bocciatura. Con conseguenze tragiche.

C’è in questa rigidità una certa dose di incoscienza, se non peggio, come accenna anche il ministro delle Finanze ellenico paventando il rischio Alba dorata. Perché è questo il tema che si sta trattando: non solo il benessere materiale di milioni di cittadini greci, ma il rischio di un’involuzione neonazista nella culla della civiltà occidentale (con possibilità di “infettare” altri Paesi europei).

Un rischio non fantasmatico, se si pensa che la sanguinaria dittatura dei colonnelli è finita solo nel 1974 e che alcuni leader di Alba dorata sono in carcere, tra l’altro, per aver organizzato un omicidio politico, quello del rapper Pavlos Fyssas.

Ai no dell’Europa si è accodato con entusiasmo anche il nostro governo, con una perspicacia degna di miglior causa. Perché l’altra partita che si sta giocando in questa temperie non riguarda la sorte della sola Grecia, ma dell’Europa tutta. Anche per questo Bruxelles ha alzato il Muro: se Tsipras riuscisse nel suo intento di attutire il morso della crisi con politiche di sviluppo anziché puntare sull’austerità (come i precedenti governi), rischia di divenire un modello da esportazione per il resto dell’Europa. E di mettere in crisi i capisaldi sul quale si basa l’Unione Europea, anzi la nuova Unione, quella delle banche (nata come un cancro all’interno dell’Europa dei popoli), che vede nei cittadini europei, più che delle persone con diritti e doveri, dei semplici clienti ai quali concedere o togliere fiducia e capitali secondo criteri alquanto arbitrari ed esoterici.

Così che la decisione dei padroni dell’Euro, con la E maiuscola da non confondere con gli spiccioli che rimangono in tasca ai clienti, è anzitutto politica prima che economica: nessun contagio è tollerato.

Il rischio è che la Grecia venga spazzata via: fuori dall’euro, esposta alle speculazioni più selvagge e a probabili derive autoritarie. Un Paese del quale non rimarranno che rovine fumanti, monito futuro per il resto dei Paesi europei.

C’è ancora tempo per evitarlo. Tempo per sedersi attorno a un tavolo e negoziare un debito, come si fa normalmente nel mercato tanto caro ai fondamentalisti dell’Euro; dove il negoziato serve anche ai creditori per avere indietro soldi erogati non più esigibili in caso di fallimento. Ma il tempo si è fatto breve e i mercati danno segni di nervosismo, mentre gli squali degli hedge fund hanno sentito l’odore del sangue e studiano la situazione.

Dal canto suo il governo ellenico sonda strade altre e diverse. La Russia e la Cina sembrano disposte ad aiutare, ma un’alternativa senza la rete di protezione europea è un’incognita ad alto rischio. Né sarebbe cosa gradita alla Nato, che rischia di perdere un alleato chiave per le strategie mediterranee. Da questo punto di vista Alba dorata potrebbe dare ai circoli atlantici certe garanzie, come accade in Ucraina per i neonazisti di Svoboda (e altri gruppi minori).

Una partita difficile e cruciale. Dal canto nostro, sommessamente ricordiamo che l’Europa del dopoguerra si è ripresa ed è potuta diventare uno dei motori dell’economia mondiale grazie al Piano Marshall, che era fondato su criteri alquanto diversi dal rigore che i giubilati di allora predicano con tanta ostinazione oggi.