3 Febbraio 2015

Un libro, gli orrori del passato e quelli del presente

Tempo di lettura: 4 minuti
566-3590-4_411cc78bc5c679467cd9bbe453c8b131

“Un mondo senza noi”, edizioni Piemme, euro 17.50 – disponibile anche in ebook e Amazon

“Un mondo senza noi”, è il titolo dell’ultimo libro di Manuela Dviri, che ha voluto raccontare la storia di due famiglie ebree travolte dalla tragedia della discriminazione razziale e dei campi di sterminio nazisti.

Libro prezioso, che la scrittrice e giornalista italo-israeliana si è trovata a scrivere mentre infiammava la guerra di Gaza. «Un’esperienza molto dolorosa questa coincidenza temporale», spiega, «scrivere di una tragedia del passato e vedere che in parallelo si riproponeva l’orrore della guerra ha aggiunto dolore a dolore».

Parla del suo libro la Dviri, e racconta di come nelle sue ricerche in Italia si sia accorta di un tragedia nuova. I campi di sterminio, la Shoah, sono cose note nel loro orrore, ma altre tragedie più nascoste sono rimaste come occultate negli anni: «Le leggi razziali non hanno portato solo ai campi di sterminio. Prima che tutto precipitasse in quell’orrore, le leggi fasciste avevano instaurato la discriminazione razziale: agli ebrei era impedito di svolgere alcuni lavori, di andare in vacanza, di assumere donne ariane per i servizi domestici, agli studenti di andare fuori corso all’Università, di andare a scuola… discriminazioni odiose messe in pratica da gente normale, contro persone che erano considerate come una sorta di marziani. Si trattava di italiani, almeno finché agli ebrei non fu tolta anche la cittadinanza (nel ’43) per consegnarli alla condizione di apolidi. Così penso ai tanti che hanno messo in pratica queste leggi: insegnanti, funzionari dell’amministrazione pubblica… mi domando se mentre adempivano a queste disposizioni non gli tremassero le mani, non provassero angoscia nel cuore…».

I primi a cedere a questa deriva furono gli intellettuali, afferma la Dviri, in particolare gli intellettuali, sottolinea, che vi hanno aderito e l’hanno fatta propria contribuendo a creare una cultura diffusa. Una tragedia, questa, che è stata rimossa anche a causa all’amnistia post-bellica: «Se sul nazismo e su Hitler si è parlato e scritto tanto, è come se sul regime fascista e su Mussolini sia calata una patina, se non giustificatrice, di relativo oblio. Forse dovuta all’amnistia, forse ad altro. Di certo credo che sia giunto il momento, passati settanta anni, di ricordare anche questa discriminazione così diffusa quanto odiosa. Che non interessò solo gli ebrei italiani, ma anche gli africani che subirono il colonialismo fascista. Credo sia giunto il momento di porsi delle domande in proposito».

Per Manuela Dviri quel passato non è solo qualcosa sul quale riflettere. Le tragedie di allora sono una sollecitazione a sperare in un mondo migliore. Anche per questo ha creato un’opera umanitaria alquanto singolare. Tutto inizia dodici anni fa, racconta la scrittrice, quando una donna palestinese le chiede di aiutare sua figlia, ammalata di leucemia. Allora (anche adesso in molti casi) ai palestinesi era impossibile ricevere cure per malattie del genere. Così si attiva e la fa curare in un ospedale israeliano. Da allora, da questa iniziale richiesta di aiuto, è nato e si è strutturato un progetto più ampio collegato al Centro Peres per la pace. Il progetto si chiama Saving children (da non confondere con Save the children) ed è riuscito, nel tempo, a offrire cure specialistiche negli ospedali israeliani a più di diecimila bambini palestinesi.

«In parallelo abbiamo sviluppato un altro progetto», aggiunge la Dviri, «volto a formare medici palestinesi nelle strutture sanitarie israeliane». E piace il modo con il quale ne accenna, senza inutili enfasi, come di cosa normale, che si attaglia a quella sollecitudine propria dell’umano quando è umano.

Dato questo rapporto con i palestinesi viene naturale chiederle del lungo conflitto tra questi e gli israeliani e di come trovare vie di pace in un momento in cui tali vie sembrano chiuse da mura di odio. «Posso parlare solo per parte israeliana, per la parte palestinese dovreste interpellare un palestinese», dice subito; una cosa normale che però in questo conflitto così contorto tanto normale non è, stante che spesso le accuse reciproche fanno sì che si voglia imporre agli altri il proprio punto di vista e i propri desiderata. «A marzo ci sono le elezioni in Israele», continua, «e credo che per poter riprendere il filo di un negoziato di pace debba affermarsi chi in questo negoziato ci crede. Penso ai laburisti, nello specifico».

Le accenniamo all’antisemitismo in Europa, tema sul quale tante volte risuonano campanelli d’allarme. E le chiediamo conto di una incongruenza, ovvero di come tale allarme non risuoni per quanto riguarda il neonazismo che dilaga in Ucraina, dove si sta consumando un conflitto sanguinoso. «Credo che non si parli di questo perché si ha paura. Si ha paura di questo fenomeno, ma più in generale della guerra che si sta consumando in quell’Ucraina che è nel cuore dell’Europa. Un conflitto che va ad aggiungersi ai tanti focolai di guerra che stanno incendiando il mondo: dal terrore propugnato dall’Isis all’Afghanistan, dai tanti focolai di guerra che stanno incendiando il mondo arabo alla guerra siriana, della quale peraltro si parla davvero poco. Guerre che si intrecciano con cambiamenti geopolitici causati dalle problematiche connesse alle risorse energetiche, penso alla vicenda del crollo del prezzo del petrolio e alla questione dello shale gas e dello shale oil… sul punto credo abbia ragione papa Francesco quando dice che siamo nel mezzo di una guerra mondiale di nuovo tipo, che si sviluppa in maniera asimmetrica e frammentaria».

Così torniamo al suo libro, che narra di orrori del passato perché quel passato non vada a ripetersi. «Sono soddisfatta per come si sta diffondendo. Ma quello che mi fa piacere è l’interesse che sta suscitando in particolare nelle nuove generazioni, che grazie a questo libro possono interrogarsi su quell’oscuro passato. Ormai il libro va da solo, come se vivesse di vita propria». Già, un po’ come quei bambini palestinesi ammalati, che il suo progetto torna a far correre con le proprie gambe.

Nota a margine. Nel corso dell’intervista, la Dviri ha spiegato che il progetto Saving children vive di finanziamenti provenienti dall’Italia. Tempo di crisi, tempo in cui anche i rubinetti italiani sono andati a restringersi. Una condizione che rende più difficile operare, tenendo conto che spesso si tratta di bambini che necessitano di interventi complessi, a cuore aperto o altro. Così piace concludere questa intervista chiedendo ai nostri lettori, a chi vuole ovviamente, di aiutare il progetto, anche con donazioni minime. 

Per le donazioni si può fare un versamento a:

Centro Peres per la pace, presso la Banca Prossima, Iban: IT28L0335901600100000115593

Per devolvere il cinque per mille a Saving Children, il codice fiscale è: 97681100018