15 Gennaio 2015

L'alleanza tra Russia e Cina per cambiare l'economia globale

di Lorenzo Biondi
Tempo di lettura: 4 minuti

iytm2ujtirksLa crisi dell’economia russa e il crollo del rublo hanno giustamente attirato l’attenzione dei media occidentali nelle ultime settimane del 2014. Ai non addetti ai lavori, però, potrebbe essere sfuggita una lunga lista di notizie non altrettanto roboanti, ma forse più significative. Lette tutte insieme, quelle notizie suonano più o meno così: col deteriorarsi dei rapporti tra l’Occidente e Mosca, l’integrazione economica tra Russia e Cina sta crescendo rapidamente. Non solo: c’è chi pensa che, anche a seguito di tale alleanza strategica, siamo già entrati a pieno titolo nel «secolo cinese», in cui è Pechino a muovere i fili dell’economia mondiale, tanto quanto gli Stati Uniti nel Novecento.

L’ultima notizia della lista data al 13 di gennaio, quando il direttore della principale agenzia di rating russa, Aleksandr Ovchinnikov di RusRating, ha spiegato in un’intervista che entro il 2015 sarà operativa una nuova agenzia di rating globale, la Universal Credit Rating Group, sponsorizzata dai governi russo e cinese. L’obiettivo dichiarato è rompere il predominio delle tre grandi agenzie americane – Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s – colpevoli, secondo Russia e Cina, di dare una lettura deformata e di parte del quadro economico mondiale.

Mosca è furibonda per la decisione delle “tre sorelle” di abbassare ulteriormente il giudizio sull’affidabilità degli investimenti in Russia (Fitch e Moody’s si sono già mosse, S&P minaccia di seguirle a breve). La questione è insieme economica e politica: secondo il ministero dell’economia russo, un taglio del rating può comportare per il governo di Vladimir Putin nuovi oneri quantificabili tra i venti e i trenta miliardi di dollari. Un effetto paragonabile a quello di un nuovo pacchetto di sanzioni.

Sono state proprio le sanzioni euro-americane a provocare un’accelerazione nel processo di avvicinamento tra Russia e Cina. Tra maggio e novembre la russa Gazprom e l’ente pubblico cinese del petrolio hanno firmato due colossali contratti trentennali: grazie alla costruzione di due nuovi gasdotti, lunghi migliaia di chilometri ciascuno, la Russia fornirà 68 miliardi di metri cubi di gas all’anno in più al mercato cinese. Joseph Nye – il politologo di Harvard che ha coniato il concetto di soft power – notava nei giorni scorsi due dati interessanti: uno dei nuovi gasdotti, particolare di notevole interesse simbolico, passerà proprio dalla regione dell’Heilongjiang, dove nel 1969 si combatté la guerra che portò alla rottura tra Unione sovietica e Cina maoista; inoltre i due contratti, da soli, possono «sovrastare i 40 miliardi di metri cubi che la Russia oggi fornisce al suo maggior cliente, le Germania».

In cambio dell’energia russa, la Cina sta dando un grosso aiuto al rublo, fortemente svalutato per l’effetto congiunto delle sanzioni e del crollo del prezzo del petrolio. Mosca e Pechino hanno firmato un accordo per cui la Banca centrale acquisterà, in tre anni, il corrispettivo di 24 miliardi di dollari in valuta russa, favorendo così la stabilità del rublo.

Già da diversi anni la Cina è il paese con le più grandi riserve al mondo di moneta straniera, ma oggi è diventata una sorta di cambiavalute globale (negli ultimi tempi, ad esempio, ha acquistato grandi quantità di denaro da Argentina e Venezuela per sostenere le economie di quei paesi). Sanzioni e prezzo del petrolio a parte, Pechino si sta posizionando al centro di un nuovo sistema di relazioni economiche. L’estate scorsa – insieme agli altri “Brics”, cioè Brasile, Russia, India e Sudafrica – la Cina ha fondato la Nuova banca per lo sviluppo (Ndb), alternativa alla Banca mondiale a guida statunitense. Nel 2015, poi, inizierà a operare la Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (Aiib), cui partecipano 23 paesi del continente, con sede e Hong Kong e alternativa alla Banca asiatica per lo sviluppo guidata dal Giappone.

Secondo molti analisti si sta assistendo alla «morte del sistema di Bretton Woods», quello fissato al termine della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti si impegnarono a regolare i tassi di cambio e i flussi del commercio internazionale nel “mondo libero”. Le istituzioni nate nel 1944, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale, sono state nei decenni uno strumento per imporre riforme economiche e condizioni politiche ai paesi che facevano richiesta di un prestito.

Nel «secolo cinese» – commentava il giornalista William Pesek, in un commento molto critico scritto da Tokyo e pubblicato dall’agenzia Bloomberg – i prestiti potrebbero venire erogati anche nei confronti di «stati canaglia» (il termine è quello usato dalla propaganda neo-con) «senza particolari condizioni». L’articolo di Pesek testimonia in modo inequivocabile il timore di alcuni ambiti occidentali di non essere più in grado di influire sulla politica interna di questo o quel paese grazie alle istituzioni di Bretton Woods.

Ma le nuove istituzioni finanziarie a guida cinese – notavano sul Financial Times Robert Wade della London School of Economics e Jakob Vestergaard del Danish Institute of International Studies – non possono che portare benefici al sistema economico mondiale. Per tre motivi: innalzeranno il livello «scandalosamente basso» di investimenti infrastrutturali della Banca mondiale; introdurranno una positiva competizione tra istituzioni finanziarie; e potrebbero finalmente costringere a una revisione dei meccanismi decisionali nella Banca e nel Fondo monetario, dove da anni i paesi occidentali rifiutano di assegnare ai paesi emergenti il peso che gli spetta.

Che piaccia o no, anche l’economia globale sembra uscita dagli anni Novanta del Novecento, quelli in cui gli Stati Uniti erano rimasti l’unica superpotenza, per entrare – forse proprio a partire da questo 2015? – in un’epoca multipolare. Una novità che causa molta agitazione in alcuni ambiti politico-finanziari occidentali che vedono ridimensionata la propria influenza nel mondo.