24 Dicembre 2014

L'America e la risoluzione Onu per lo Stato di Palestina

di Renato Piccolo
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Entro pochi mesi gli Stati Uniti potrebbero sostenere una nuova risoluzione dell’Onu per riavviare il processo di pace in Medio Oriente e spingere al riconoscimento reciproco dei due Stati di Israele e Palestina. Sarebbe una novità non da poco, visto che negli ultimi anni l’America si è sempre opposta, anche tramite l’esercizio del veto, a coinvolgere le Nazioni Unite nelle vicende mediorientali, puntando tutto sulla “buona volontà” di israeliani e palestinesi. Ma ora John Kerry, il segretario di Stato dell’amministrazione Obama, ha fatto capire che a breve la posizione americana potrebbe non essere più la stessa.

Lo scorso 17 dicembre la Palestina e la Giordania hanno presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu una nuova risoluzione che chiede il ritiro israeliano dai territori occupati entro il 2017. È un testo che difficilmente verrà approvato dal Consiglio, dove servono nove voti su quindici e il “via libera” dei cinque membri permanenti (America inclusa), che non devono opporre il veto. Ma la risoluzione giordana ha smosso le acque, spingendo altri attori a mettersi in moto. La Francia – insieme a Gran Bretagna e Germania – sta lavorando ad una seconda risoluzione: questo documento chiede invece che si riavviino e si portino a conclusione entro due anni i negoziati tra Israele e Palestina per raggiungere lo stesso obiettivo, cioè la definizione dei confini dei due Stati e il ritiro israeliano.

Kerry ha fatto sapere che gli Stati Uniti non sosterranno il testo giordano, ma potrebbero dare luce verde a un documento che non imponga decisioni «unilaterali», cioè non approvate da Israele. La risoluzione francese potrebbe soddisfare questo requisito: allo stesso tempo, però, otterrebbe l’effetto di “costringere” israeliani e palestinesi a riaprire le trattative e a chiuderle entro una data prestabilita, dopo che – nella primavera del 2014 – il governo di Netanyahu si è ritirato dai colloqui di pace (prima sospendendo il rilascio dei prigionieri politici palestinesi, poi per l’accordo di unità nazionale tra Hamas e Fatah).

Il segretario di Stato americano avrebbe posto una condizione: la risoluzione andrà discussa dopo le prossime elezioni israeliane, fissate per il 17 marzo. Secondo la ricostruzione del magazine americano Foreign Policy, confermata dall’israeliano Haaretz, Kerry avrebbe spiegato – durante una cena con gli ambasciatori dei ventotto paesi europei – che sono stati Shimon Peres, ex presidente israeliano, e Tzipi Livni, ex capo-negoziatrice coi palestinesi, a chiedere di rinviare la discussione all’Onu. Perché? Una risoluzione oggi rafforzerebbe la destra israeliana in vista del voto, aumentando le probabilità che il prossimo governo di Israele sia una coalizione tra il centro-destra di Benjamin Netanyahu e i partiti di ultra-destra (a partire dalla Patria ebraica di Naftali Bennett), e non un’alleanza “moderata” tra il centro-sinistra (la Livni e i laburisti di Isaac Herzog), il centro di Yair Lapid e il centro-destra di Netanyahu.

Aspettare fino a marzo può comportare dei rischi: la tensione in Terra Santa rimane alta, come si è visto durante gli scontri a Gerusalemme delle ultime settimane. Ma gli stessi palestinesi sembrano disponibili ad accostare – accanto al testo più “duro” presentato insieme alla Giordania, che comunque non verrà votato prima di gennaio – una risoluzione di compromesso, aperta all’ipotesi che un nuovo governo israeliano possa accettare di riprendere le trattative: «La nostra bozza di risoluzione – ha spiegato Riyad Mansour, inviato della Palestina all’Onu – non chiude la porta a continuare i negoziati con tutti i nostri partner (europei e internazionali alle Nazioni Unite). Continueremo a lavorare con loro, e anche con gli Stati Uniti quando saranno pronti, e forse riusciremo in Consiglio di sicurezza ad aprire una finestra reale per la pace».

Anche perché il clima internazionale sta davvero cambiando. Dopo che si sono mossi i parlamenti e i governi di molti stati europei (Svezia, Francia, Gran Bretagna e Spagna tra gli altri), anche il parlamento europeo ha approvato una mozione che chiede il riconoscimento dello Stato di Palestina. Il testo finale della mozione è stato un po’ affievolito rispetto alla proposta originaria, ma è comunque sorprendente in alcune sue parti: parla di Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati, e chiede alle fazioni palestinesi, inclusa Hamas, di continuare a sostenere il governo di unità nazionale. (Per una coincidenza, lo stesso giorno in cui il parlamento europeo si esprimeva così, la Corte europea di giustizia chiedeva ai governi dei Ventotto di rivedere l’inserimento di Hamas nella lista delle organizzazioni terroriste, perché quella scelta sarebbe basata su «conclusioni tratte dai media e da internet, e non su solide basi giuridiche»).

Il più grande paese europeo, la Germania, ha sempre tenuto una linea molto cauta nei confronti del processo di pace. Fino a pochi mesi fa sarebbe stato impensabile che il Parlamento europeo – per iniziativa dei gruppi socialista, liberale, verde, della sinistra radicale e dei cinquestelle italiani – sostenesse con parole così chiare la nascita di un vero Stato di Palestina.

L’Europa e l’America, insomma, si starebbero convincendo a premere in modo più risoluto verso la soluzione dei due Stati. Con la speranza, magari, che la situazione politica in Palestina e in Israele continui ad evolvere in una direzione favorevole alla sospirata pace.