20 Dicembre 2014

Il gioco del Quirinale ha inizio

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Il gioco del Colle inizia a entrare nel vivo. Napolitano ha dato l’annuncio delle sue prossime dimissioni, da collocarsi verso la seconda metà di gennaio, e le trattative iniziano a dipanarsi.

Berlusconi ha già bruciato Amato (il Gianni Letta di Craxi), lanciandolo subito come suo candidato, mentre altri sono stati azzoppati dall’inchiesta romana su mafia capitale che ha colpito destra e sinistra (una sorta di patto del Nazareno de’noantri).

In questo gioco, sono tre i nomi più pesanti e sono gli stessi che la volta scorsa furono poi messi da parte per optare su una scelta conservativa, e soprattutto transitoria, rappresentata dalla rielezione di Napolitano. Di Amato abbiamo già detto; la possibile riuscita di Gianni Letta, che del patto del Nazareno è primo motore immobile, è legata al vacillante destino della sua creatura; resta Romano Prodi, la cui candidatura è ormai conclamata, anche se l’interessato nega per ovvi motivi.

Non che gli altri due siano fuori gioco, potranno tornare in ballo qualora le cose si complicassero e i tempi si allungassero (per cause interne all’assemblea elettiva o esterne), ma certo chi al momento ha maggiori chanches dei tre pretendenti storici resta Romano Prodi. Lo sa bene Renzi, che contribuì al suo affossamento nella scorsa tornata, il quale ha voluto incontrarlo: una mossa preventiva per evitare che l’eventuale vittoria di Prodi si ascriva a una sua sconfitta.

Due giorni fa Prodi è andato da Putin. Una mossa coraggiosa per una persona che intende ascendere al Colle: la stretta di mano con lo zar russo rischia di alienargli le simpatie dell’ambito Nato, che pure qualcosa conta nel mondo. Scuola democristiana, anche se di quella Bologna così lontana dall’ambito degasperiano, l’uomo sa muoversi nel contesto internazionale: ex presidente della Ue, solidi legami oltreoceano ma anche in Cina e in altri Paesi non anglosassoni. Può rappresentare una risorsa per un’Italia che non riesce più a interloquire con nessuno se non attraverso strepiti e queruli lamenti.

Insomma, Prodi entra Papa al Conclave, un esempio scomodato da Giulio Santagata, ex ministro e prodiano della prima ora, che ha spiegato al Corriere della Sera: «Se lo Spirito santo ha tirato fuori Bergoglio dal Conclave, potrà ben tirare fuori un Capo dello Stato dal nostro Parlamento…». Il riferimento al suo mentore è ovvio.

Ma a Prodi non gioverà il fatto che è riuscito a farsi odiare dalla destra italiana. Non gli fa gioco il duello all’ultimo sangue intrapreso con Berlusconi (anche se la visita a Putin, che di Berlusconi è amico, potrebbe giovargli alla causa). Né l’apparente veto che su di lui ha posto Beppe Grillo, nonostante il suo nome fosse tra i candidati a cinque stelle della precedente elezione (tanto che i transfughi del suo movimento potrebbero votarlo).

In questi giorni sono girati altri nomi “forti”. Draghi, nonostante tutto, sta facendo bene alla Banca europea, riuscendo a contrapporsi alla linea intransigente dei tedeschi in materia di politica monetaria e salvando di fatto l’Europa dal disastro (anche se non può uscire dal circolo vizioso della finanza virtuale nel quale è cresciuto e al quale deve la sua brillante carriera). Ma è difficile immaginare un suo ritorno anticipato in Italia, dove conterebbe meno che adesso.

In alternativa, sempre nell’ambito di un Presidente “economico”, gira il nome di Padoan, attuale ministro dell’economia. L’Italia ha già avuto presidenti provenienti da questo ambito, basta pensare a Ciampi, quindi non sarebbe una novità destabilizzante. E forse qualcuno che capisca di conti potrebbe aiutare in un momento come questo. Figura senza eccessivi spigoli, potrebbe forse essere accetta anche al centrodestra.

Si è parlato anche di un presidente donna, come una sorta di novità salvifica. È un po’ quel che è accaduto al momento del varo del governo renziano, che di donne è affollato. Rappresentare le donne come una risorsa d’eccezione per la politica appare in realtà uno slogan senza contenuti. Abbiamo avuto grandi figure femminili nella politica italiana, da Nilde Iotti a Tina Anselmi, ma anche qualche piccola delusione, da Cicciolina ad alcune delle simpatiche vallette berlusconiane, fino ad arrivare alle donne del governo Renzi le quali, a parte la Mogherini che sta sfoderando una ragionevolezza inattesa, non pare stiano dando lustro alla nazione. E crediamo che anche una donna si sentirebbe offesa dal fatto di essere stata scelta in base al suo sesso più che per le sue capacità.

Al di là della premessa, l’unico nome autorevole finora emerso è quello della Finocchiaro, le cui quotazioni altissime sembra siano collassate; mentre la Boldrini, presidente della Camera, è rimasta vittima della tagliola da lei stessa adottata in una difficile adunanza parlamentare: arduo immaginare un Presidente della Repubblica che ha un simile precedente (mentre Grasso, presidente del Sanato, può avere qualche possibilità di partecipare al gioco).

Detto questo i giochi sono ancora tutti da fare e sono tante le sorprese possibili data la frammentazione del quadro politico. Mosse, contromosse, accordi sottotraccia (e stracciati nel segreto) si sprecheranno da qui alle elezioni vere e proprie (e magari anche durante queste), con cordate che attraverseranno gli opposti schieramenti rischiando di lacerare ancora di più partiti già lacerati. La partita è forte, la posta alta: si gioca in parte il destino dell’Italia. Anche perché, com’è ormai evidente, l’attuale governo, a parte annunci e tentativi di riforme istituzionali, è incapace di creare sviluppo, di arginare la crisi (se ancora l’Italia non è crollata è solo per congiunture internazionali, le quali possono cambiare) e di sviluppare una politica estera all’altezza della storia italiana.

Serve altro. E dall’alto del Colle, se la persona che uscirà dalle urne sarà quella giusta, si vede un po’ più lontano.

Non c’è che sperare nella ragionevolezza o meglio, data la scarsa propensione alla lungimiranza dell’attuale classe politica italiana, nello Stellone che da tempo vigila sul Belpaese.