18 Dicembre 2014

L'embargo a Cuba e altro: buone notizie all'inizio della novena di Natale

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John Kerry and  Sergei Lavrov  in Moscow

Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce, recita un detto popolare che racchiude tanta saggezza. Così la strage degli innocenti consumata tra Pakistan e Yemen ha sommerso il mondo di tristezza. I costruttori di guerra hanno segnato un ulteriore punto a loro favore. Ma nella giornata di ieri alcuni avvenimenti internazionali hanno indicato un’altra direzione. A conforto e speranza di chi spera in un mondo migliore.

Gli Usa hanno annunciato la revoca dell’embargo verso Cuba, che da decenni stringeva l’isola caraibica in una morsa di ferro. Un annuncio a sorpresa, senza che vi fossero segnali premonitori. D’altronde la diplomazia vera, quella che mira a risolvere problemi, si muove nel segreto per attutire fattori ostativi.

Un segnale di distensione che va al di là del semplice rapporto tra Washington e l’Avana. Se i giornali aprono su questo annuncio storico è perché il mondo ha capito che questa svolta può riservare sorprese a vari livelli e in varie direttrici.

A giocare a favore di questa svolta vari fattori. Barack Obama da tempo era tentato di fare un passo in questa direzione, simbolo icastico di questa propensione la storica stretta di mano tra questi e Rául Castro ai funerali di Nelson Mandela.

E ancora; la svolta impressa da Fidél Castro, che ha fatto un passo indietro a favore del fratello per avviare una riforma del regime. Si era detto, al tempo, che il vecchio Fidél fosse ammalato e prossimo alla morte e invece, a distanza di anni, è ancora vivo  e vegeto. Semplicemente aveva capito che per riformare il sistema serviva un volto nuovo. E così è stato.

Diverse riforme messe in atto da Ràul, nel segno della possibilità di acquisire e disporre di alcuni beni da parte del singolo cittadino, hanno aiutato il mondo a guardare all’isola con minore sospetto. Piccoli passi, che però preludono a cambiamenti più importanti, soprattutto dopo questa apertura di credito.

Infine questo esito è stato favorito dalla Chiesa. Quella locale anzitutto, che non vive il rapporto con il regime come un confronto ideologico, guadagnando in questi anni in autorevolezza agli occhi delle autorità e spazi di libertà per sé e la popolazione. Ma ha giocato un ruolo anche il papato: storico il viaggio di Wojtyla, forse il più felice del suo Pontificato, racchiuso nelle parole del Pontefice: «Il mondo si apra a Cuba e Cuba si apra al mondo». Una profezia nel solco della quale si è mosso il suo successore e che si è avverata sotto un papa latinoamericano, il quale più volte ha sollecitato, così in una nota del Vaticano, il dialogo tra le parti. Il fatto che a capo della diplomazia vaticana ci sia il cardinale Pietro Parolin, già nunzio in Venezuela, e come numero due monsignor Giovanni Becciu, già nunzio all’Avana, ha aiutato ulteriormente.

Ma ieri è accaduto anche altro. L’Unione Europea ha riconosciuto lo Stato della Palestina, anche se con una risoluzione che vincola tale riconoscimento allo sviluppo del processo di pace. Nello stesso giorno, la Corte europea di giustizia ha annullato la decisione del Consiglio della Ue di continuare a mettere nella lista delle organizzazioni terroriste Hamas. Due decisioni che, benché salutate con fastidio (e qualcosa di più) dal premier israeliano Benjamin Netanyahu (ma in Israele siamo in campagna elettorale e Bibi deve pur fare la voce grossa per attirare consensi), danno un’indicazione univoca: l’Europa vuole che Israele e Anp tornino al tavolo dei negoziati e che si torni a trattare in maniera seria e senza ambiguità.

La cancellazione di Hamas dalla lista nera del terrorismo internazionale, benché motivata tramite un artifizio procedurale, reca in dono al governo dell’Autorità nazionale palestinese, del quale Hamas è parte, un’insperata legittimità internazionale.

Dopo che tanti Paesi europei avevano preso posizione per il riconoscimento della Palestina, ieri la Ue ha parlato a una voce sola. Per quanti, siano israeliani o palestinesi, cercano di ostacolare i negoziati di pace è una bruttissima notizia.

Da ultimo segnaliamo la nota riguardante la riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea che indica un ripensamento, seppur di esito incerto, della diplomazia della Ue nei confronti della crisi siriana. Anche questa presa di posizione, benché avvenuta nel giorno precedente, va nella direzione indicata dalle notizie riferite in precedenza.

Certo, il clima generale resta turbato da conflitti e dal terrorismo internazionale. E il confronto con la Russia non sembra voler finire: se è vero che la tregua in Ucraina regge, è pur vero che non sembra aver freno il furore sanzionatorio nei confronti di Mosca (se ne minacciano di nuove); anzi la crisi economica nella quale si sta dibattendo Mosca, evidenziata dai media occidentali, fa immaginare una prossima vittoria sull’odiato zar. Ma Obama, nel revocare l’embargo a Cuba, ha fatto notare che le sanzioni servono a poco…

Un segnale, poco più, ma l’incontro tra il capo del Dipartimento di Stato Usa, John Kerry, e l’omologo russo, Segej Lavrov, avvenuto a Roma proprio in questi giorni cruciali – particolare non secondario – è sintomo che nonostante tutto tra Washington e Mosca esiste un dialogo sottotraccia che potrebbe riservare sorprese.

Cenni distensivi che troveranno ostacoli, ma che oggi recano conforto. Il fatto che siano accaduti in un breve lasso di tempo, ed esattamente il 17 dicembre, giorno in cui inizia la novena di Natale, fa assumere a questi accadimenti, per chi ha il dono della fede, un significato ulteriore. Nonostante la strage degli innocenti della quale abbiamo scritto in una precedente postilla, la speranza non è morta. Ora come allora.

E ora come allora se è vero che il diavolo infuria nel mondo, è vero anche che il Signore non cessa di provvedere in maniera felicemente misteriosa ai suoi figli, usando di chi vuole Lui per compiere i suoi miracoli, lo strumento con il quale trionfa.

Lo sanno bene anche i potenti di questo mondo, forse anche più di tanti uomini di Chiesa, basta leggere il messaggio che Barack Obama ha inviato agli ebrei per la festa dell’Hanukkah.