16 Dicembre 2014

Russia: è crisi vera?

di Gianni Di Noia
Tempo di lettura: 3 minuti

scacchiCi sono diversi aspetti interessanti sul pesante calo del prezzo del petrolio e la conseguente crisi del rublo, che questa mattina ha costretto la banca centrale russa ad intervenire alzando i tassi di interesse dal 10,5% al 17% nel tentativo apparentemente disperato di arginare la fuoriuscita di capitali dalla Russia.

La difficoltà russa è iniziata pochi mesi fa per l’accusa di coinvolgimento nel conflitto ucraino a cui sono seguite sanzioni commerciali da parte di Stati Uniti ed Unione Europea in primis. Sanzioni che hanno bloccato gli scambi commerciali e le transazioni bancarie con l’estero. Un isolamento che ha colpito pesantemente la Russia che finanzia la spesa pubblica con l’esportazione di petrolio, gas e materie prime.

A questo ha fatto seguito il ribasso del prezzo del petrolio causato dal calo della richiesta mondiale dovuta alla crisi economica globale ed all’autosufficienza energetica raggiunta dagli Stati Uniti, che hanno smesso di importare petrolio grazie alle estrazioni di shale-gas e shale-oil. Il veto arabo sulla ipotesi di taglio della produzione da parte dell’Opec ha fatto il resto, con il petrolio che nel frattempo è crollato dai prezzi superiori ai 100 dollari di inizio anno agli attuali 55.

I primi commenti degli esperti sono subito stati orientati all’ipotesi di una manovra orchestrata per colpire la politica arrogante di Putin, ma anche fosse così, la situazione è più complessa di quanto sembra.

Il basso prezzo del petrolio colpisce sicuramente le esportazioni russe, già in difficoltà per le sanzioni pur se in parte aggirate attraverso accordi collaterali di scambio con Cina, Turchia ed altri Paesi. Colpiti sono soprattutto i cittadini che vedono i prezzi dei prodotti importati dall’estero raddoppiarsi. Una difficoltà che però potrebbe costituire uno stimolo per l’economia produttiva del Paese, concetto ribadito a più riprese da Putin.

Lo Stato russo tra l’altro paga gli stipendi in rubli, quindi la crisi non dovrebbe provocare un aumento della spesa pubblica. Mentre le esportazioni verso la Cina avvengono in yuan, valuta che con la svalutazione del rublo è diventata pregiata. L’aumento del tasso d’interesse può essere sostenuto dalle cospicue riserve, che pur non essendo infinite possono essere integrate dalla stampa di moneta da parte della banca centrale, visto peraltro che l’attuale livello del debito pubblico russo è inferiore al 10% del Pil, quindi con margini enormi di crescita.

In questa partita c’è da notare che anche gli Stati Uniti sono colpiti dal basso prezzo del petrolio: le società petrolifere americane hanno finanziato nuovi pozzi di estrazione con l’emissione di obbligazioni ad alto rendimento i cui prezzi sono crollati in conseguenza dei timori innescati dal ribasso del costo del petrolio. Se il valore dell’oro nero si mantiene a questi livelli tali società rischiano di vendere petrolio ad un prezzo più basso del costo di produzione.

Una situazione che gli americani stanno affrontando con un’economia in ripresa, ma con un debito pubblico che nelle scorse settimane ha superato la soglia dei 18.000 miliardi di dollari, superando il 100% di rapporto debito/Pil, numeri che avvicinano gli Stati Uniti alle disastrate finanze pubbliche europee.

Per noi italiani il prezzo basso del petrolio rappresenta un’insperata boccata d’ossigeno, ma fuori dai nostri confini Putin deve sicuramente tenere sotto controllo le difficoltà della popolazione che potrebbe essere indotta più o meno spontaneamente a ribellarsi (il timore di una rivoluzione colorata è molto presente a Mosca), mentre gli americani devono tenere sotto controllo i mercati finanziari in caso di default di qualche società petrolifera.

Sullo sfondo di questa partita a scacchi il fatto rilevante è il massiccio acquisto di oro che sta avvenendo negli ultimi mesi da parte delle banche centrali di Russia, Cina, India ed altri Paesi asiatici filo-russi. Acquisti che contrariamente a quanto preventivabile, non hanno provocato nessun rialzo dei prezzi né dell’oro né dell’argento, classici beni rifugio specialmente in momenti di tensione come quelli attuali, e che riportano il focus su un altro probabile fattore, non certo secondario, di questo gioco: l’ipotesi accarezzata da tali Paesi (e altri) di procedere alla de-dollarizzazione, cioè alla sostituzione del dollaro come valuta di riferimento mondiale.

La delicatezza della situazione internazionale a questo punto deve essere seguita con attenzione. Gli Stati Uniti sono dall’altra parte dell’oceano mentre la Russia è dietro l’angolo. E le mosse e contromosse dei giocatori in campo ci toccheranno certamente da vicino.