11 Dicembre 2014

Putin, l'Asia e la sfida dell'Occidente

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«Un nuovo dialogo strategico tra India e Russia. Con questa intenzione il presidente russo, Vladimir Putin, si reca oggi a New Delhi. Punto centrale della visita del leader del Cremlino sarà la firma di numerosi accordi energetici, commerciali e sui diamanti. Accordi importanti, che intendono non solo rilanciare la cooperazione economica, ma anche rafforzare l’intesa politica. Alcuni giorni fa il governo indiano aveva definito il viaggio di Putin un “evento storico, dato che il presidente russo è conosciuto come un buon amico dell’India e architetto della nostra partnership strategica”. E a poche ore dall’arrivo, le autorità di New Delhi hanno colto l’occasione per ribadire che “l’India non può essere parte di nessuna sanzione economica nei confronti della Russia». Questo l’inizio di un articolo dell’Osservatore romano dell’11 dicembre.

Poco prima dell’arrivo di Putin nella capitale indiana, la Russia ha annunciato l’accordo per la costruzione di dieci centrali nucleari in India.

Una notizia apparentemente lontana, ma che ha certa importanza. L’Occidente sta tentando di mettere alle corde Putin, promulgando sanzioni e accogliendo con entusiasmo la decisione dell’Arabia Saudita di abbassare il prezzo del petrolio (la speranza è che l’economia russa, che vive dell’esportazione dell’energia, possa collassare).

Da qui l’attivismo di Putin su diversi fronti, come dimostra questo viaggio in India e la sempre più stretta collaborazione con la nuova Cina di Xi Jinping. La cosa che l’Occidente forse non aveva calcolato è che il mondo si potesse smarcare in maniera così netta dalle proprie strategie, offrendo a Putin vie di fuga alla stretta occidentale e alternative di sviluppo.

Il mondo non è (del tutto o ancora) unipolare, come si ostinano a immaginare dalle parti di Washington; un’ipotesi che aveva avuto nella prima guerra irachena il suo simbolico inizio, quando Bush padre, dopo il crollo del Muro di Berlino, aveva costruito un’alleanza mondiale contro Saddam; e che aveva trovato nuovo slancio dopo l’11 settembre, immaginando gli Usa alla guida dell’Occidente nella lotta contro il terrorismo internazionale.

Certo, gli Usa mantengono la loro superiorità militare (declinata secondo le sofisticate diversificazioni tecnologiche attuali), ma «la potenza senza controllo è nulla», recitava un famoso slogan pubblicitario. E tanti Paesi sfuggono al controllo di Washington, in particolare in Sud America e Asia.

Se Putin trova porte aperte, anzi spalancate, è proprio perché ormai è diventato il simbolo di una resistenza a questa ipotesi di riorganizzazione del mondo, in particolare in quei Paesi emergenti che la vedono come una restrizione e vorrebbero dispiegare liberamente la propria sfera di influenza economica e politica. La Russia non ha la potenza militare americana, ma ha un arsenale nucleare tale da non poter essere piegata facilmente. E ha dalla sua la linearità politica: finora si è dimostrata un partner leale verso i suoi alleati (vedi Siria), cosa che la rende affidabile. Quell’affidabilità che l’America ha perduto in questi ultimi anni di politica confusa, nervosa e a tratti isterica.

Un ultimo particolare, forse meno scontato di quanto scritto in precedenza. Negli anni ’80 Zbigniew Brzezinski, autorevole consigliere per la politica estera di diversi presidenti Usa, partorì la dottrina che prende il suo nome e che, in sostanza, immaginava che se la Russia avesse perso l’Ucraina (e quindi si fosse allontanata dall’Europa) sarebbe diventata una potenza asiatica alquanto ininfluente.

Così, quando si è innescata la crisi ucraina, ambiti culturali e finanziari influenti hanno immaginato che la profezia di Brzezinski si fosse avverata. E così è stato: l’Europa non era così lontana da Mosca dai tempi dell’Unione sovietica e la Russia sembra proiettata più sull’Asia che verso l’Occidente.

E però, certi entusiasmi non tengono conto di un particolare non secondario, ovvero il tempo. Dai tempi della dottrina Brzezinski qualcosa nel mondo è cambiato. E l’Asia, allora sinonimo di scarsa modernizzazione, di economia chiusa e altro, oggi è il motore economico del mondo. Così, ricacciare la Russia in Asia offre a Mosca opportunità senza precedenti.

Già, il tempo. Il tempo è un fattore essenziale di questo confronto. Ci vorranno anni perché Putin raccolga i frutti della sua nuova strategia. Anche per questo quando stringe accordi commerciali o militari si premura che siano subito annunciati al mondo. Non solo propaganda, ma un modo per dire a tutti che la Russia ha prospettive future anche se vive un presente critico.

Allo stesso tempo i suoi nemici sperano che la stretta su Mosca faccia dilagare il malcontento sociale causando un rivolgimento anti-Putin prima che questi raccolga quanto sta seminando. Da qui anche l’entusiasmo con il quale alcuni ambiti stanno salutando la vorticosa discesa del prezzo del petrolio (oggi a 60 dollari al barile).

Una corsa contro il tempo da ambedue le parti, quindi. Per parte occidentale, però, ci si dimentica alquanto facilmente che una generazione di russi ricorda bene quando, finito il comunismo, la loro nazione fu depredata degli oligarchi in affari con l’Occidente (e con la mafia): anni in cui la popolazione moriva letteralmente di fame. Una memoria collettiva che può rappresentare un fattore positivo per Putin in questo confronto durissimo e denso di incognite (e sorprese).

(Nella foto il presidente russo Vladimir Putin e il premier indiano Narendra Modi)

 

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