9 Dicembre 2014

Israele, la Siria e il diritto internazionale

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Damascus blast

Un breve cenno in cronaca: Israele bombarda la Siria colpendo obiettivi presso l’aeroporto internazionale di Damasco. En passant, a commento della notizia, Lorenzo Cremonesi, sul Corriere della Sera dell’8 dicembre, commenta così: «Israele continua a considerare l’Iran e i suoi due maggiori alleati, il regime di Beshar Assad in Siria e la milizia sciita libanese dell’Hezbollah, come nemici più pericolosi delle milizie estremiste sunnite legate allo Stato islamico (Isis) in Siria e Iraq».

Non è il primo raid che l’aviazione di Tsahal compie su Damasco da quando si è innescata la guerra per il regime-change in Siria e per fortuna, come i precedenti, la vicenda ha avuto un ambito limitato (anche se i siriani denunciano danni ingenti) e non è stato abbattuto nessun aereo israeliano, cosa che avrebbe potuto portare a un’escalation.

Il governo di Tel Aviv si è limitato a replicare alle critiche spiegando che non usa commentare notizie provenienti da giornali stranieri. Un po’ pochino: nelle altre occasioni aveva dato spiegazioni che, seppure molti ne avevano denunciato l’insufficienza, andavano almeno a giustificare un’azione così bizzarra (per usare un blando eufemismo). Evidentemente qualcosa è cambiato.

L’incursione aerea su Damasco pone tante e inquietanti domande. Tra queste anche quella riguardante il diritto internazionale. Bombardare una nazione straniera equivale, di per sé, a una dichiarazione di guerra. La Siria non ha replicato, per fortuna, forse nel timore di restare incenerita dalla rappresaglia successiva; e però la vicenda segnala che il diritto internazionale ormai è tema superato. D’altronde anche la guerra contro l’Isis insegna: gli Usa e suoi alleati (tra i quali l’Italia) stanno conducendo una campagna militare in Iraq e Siria senza che l’Onu sia stato minimamente interpellato. Un’aberrazione per il diritto internazionale e la civiltà occidentale che l’ha definito nel corso dei secoli.

Di per sé tale diritto è poca cosa, semplice cornice nel quale ricondurre i rapporti tra nazioni i quali, anche in precedenza, si basavano in realtà più sulla forza che sul diritto vero e proprio. E però tale cornice dava agio alla diplomazia di dispiegarsi; favoriva interventi di entità esterne agli attori dei conflitti; aiutava, in poche parole, a circoscrivere le contrapposizioni e a limitare i danni. Oggi quelle norme solo solo un simulacro lontano, magari utili per essere brandite contro i nemici di turno (vedi Russia o Cina), ma di fatto sono considerate un nulla da quanti hanno la forza, o presumono di averla, per imporre il proprio arbitrio sui diritti altrui.

Una deriva che è iniziata all’indomani dell’11 settembre e che oggi si disvela in tutta la sua portata eversiva per l’ordine e la pace internazionale, in parallelo all’eversione legata al terrorismo internazionale (prima griffato Al Qaeda oggi jihad). Due realtà parallele, due facce della stessa medaglia che sono cresciute insieme e insieme stanno portando caos nel mondo. Un tumore le cui metastasi stanno diffondendosi velocemente, senza che si riscontrino allarmi in proposito, se non qualche eco lontano e sempre più fievole.

Dove non c’è diritto c’è la barbarie, né c’è posto per la civiltà, nonostante di questa parola ridondino discorsi di politici e media. Quando la politica internazionale vive dell’arbitrio o, peggio, della legge del più forte, il rischio del propagarsi dei conflitti, anche di ampia portata, è grande. Sperare in un’inversione di tendenza è, attualmente, esercizio difficile. Nondimeno non c’è altra strada per evitare l’abisso.