2 Dicembre 2014

Le dimissioni di Napolitano e il gioco del Colle

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La corsa al Quirinale è iniziata da tempo, da quando cioè Luciano Violante si era visto bocciare la sua candidatura alla Corte Costituzionale, giorno nel quale il patto del Nazareno, che aveva espresso il suo nome, era di fatto saltato. L’affanno con il quale nei giorni successivi Renzi aveva riallacciato i rapporti con Berlusconi e rilanciato il patto, motivo ufficiale la riforma della legge elettorale, segnalava quanto l’affondamento di Violante aveva colpito nel profondo.

In effetti da allora quel patto, al di là delle dichiarazioni ufficiali sbandierate in pubblico, vacilla. Quel che sembrava scontato, cioè che potesse esprimere il nuovo inquilino del Colle, scontato non lo è più.

Così la corsa al Quirinale si fa più imprevedibile. Una variabile alla vicenda è la riforma della legge elettorale. Renzi, o chi per lui, si era illuso di chiudere in fretta la questione e andare a nuove elezioni a breve con un Parlamento ben controllato, in grado di eleggere un Presidente della Repubblica senza dover scendere a compromessi con alcuno (il patto del Nazareno non è un compromesso, vive della fragilità attuale di Berlusconi).

La mossa di Napolitano, che ha anticipato la sua discesa dal Colle, ha cambiato tutti i giochi (si parva licet componere magnis, ricorda vagamente le dimissioni di Ratzinger): il nuovo inquilino del Quirinale sarà eletto dal Parlamento attuale.

La legge elettorale in cantiere ora è secondaria: il  Colle, checché se ne dica, conta più di un’elezione politica, sia a livello internazionale, sia per il complesso sistema Italia. E un’eventuale riforma elettorale, rilanciata in questi giorni dai renzisti dopo le oscillazioni berlusconiane, ora può essere usata solo in altro modo: non più per creare un Parlamento bipartisan ad hoc, ma per cercare di comprare (sia permesso il termine merceologico) consensi a una propria ipotesi quirinalizia.

Berlusconi potrebbe acquistare il prodotto e procedere, ma potrebbe anche decidere di passare la mano e vedere come va a finire la partita del Colle. Non tanto bocciando le proposte renziste, non ne ha la forza (e il ritorno prepotente delle sempreverdi Ruby e D’Addario in cronaca rosa-nera lo dimostrano), quanto allungando le trattative, usando allo scopo anche le fibrillazioni interne del suo partito, fino a farle naufragare. I tempi non sono molto lunghi e potrebbero favorire la seconda ipotesi: Napolitano si dimetterà a gennaio (è coro unanime) e a fine anno si deve mettere mano alla legge di stabilità, la vecchia finanziaria, e votarla.

Ma la corsa anticipata per il Colle non ha prodotto fibrillazioni solo in campo renzista. L’onda d’urto si sta propagando, movimentando la minoranza Pd, che sa che questa è forse l’ultima possibilità per dare un freno all’iniziativa del marziano divenuto segretario del loro partito, oltre a movimentare ancora di più il variegato ambito che si raggruma sotto la sigla Forza Italia.

A questa scadenza si devono anche le fibrillazioni interne al movimento Cinque stelle. Il passo indietro di Grillo, al di là delle controversie cui s’accompagna, indica il passaggio da una realtà sociale in movimento a una scelta più prettamente politica. Ma la tempistica, che segnala tale cambiamento a ridosso delle elezioni del Colle (da sempre al centro delle intemerate di Grillo), pone domande. Sicuramente il nuovo direttorio è chiamato a favorire un ricompattamento degli eletti dei Cinque stelle per poter giocare la partita fatidica basandosi su voti sicuri, seppur minori causa espulsioni (voti in libertà questi ultimi, che i renzisti cercano di cooptare).

Le altre forze politiche al momento sembrano essere meno decisive. Purtroppo per Salvini la consacrazione politica del suo successo personale arriverà solo dopo la partita del Colle, al quale la pattuglia leghista parteciperà con gli attuali parlamentari, mentre il resto dei partecipanti al gioco del Quirinale potranno al massimo negoziare i loro voti per un futuro (personale) meno defilato (Renzi sembra essere il migliore acquirente su piazza).

Ma se il quadro è complesso e in evoluzione, la partita è alquanto semplice: al di là dei nomi, se ne faranno tanti e impossibili, si gioca tutto su due sole ipotesi. La prima è l’elezione di un uomo chiamato a favorire il compimento della rivoluzione renzista, volta a eliminare i residui ostacoli democratici al governo della grande  finanza (commentando la massiccia diserzione al voto nelle recenti elezioni, Renzi ha affermato che la cosa è «secondaria»: dichiarazione perfetta in questa prospettiva). L’altra ipotesi è che le forze che fin qui hanno opposto resistenza a tale progetto, per ragioni diverse e addirittura opposte tra loro, riescano in qualche modo, anche attraverso un compromesso con i renzisti, a eleggere una figura di garanzia che attutisca, per quanto possibile dato lo strapotere della grande finanza, la portata di tale rivoluzione (l’inversione di tendenza può avvenire solo in sede internazionale).

Tertium non datur, per questo la partita è così importante (e pericolosa).