27 Novembre 2014

Le dimissioni del ministro della Difesa Usa

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Le dimissioni del segretario della Difesa americano Chuck Hagel hanno fatto il giro del mondo. Notizia importante, infatti. Hagel non è il primo collaboratore di Obama a lasciare il suo incarico, ché anzi è stata l’amministrazione Usa più funestata da tali inconvenienti, ma l’uomo ha una storia particolare. Repubblicano, la scelta di nominarlo a capo della Difesa degli Stati Uniti fu salutata dal mondo con certo sollievo: perché quella nomina voleva essere il simbolo di un compromesso dopo anni di lacerazioni all’interno della politica americana, ma molto più perché Hagel aveva condiviso con Obama le critiche riguardo l’avventura militare irachena sotto la presidenza Bush.

Due motivi che furono motivo di un’accesa battaglia al Parlamento Usa che ne doveva convalidare la nomina, duramente contrastata dagli ambiti neocon e altri.

Le sue dimissioni, quindi, hanno suonato come un campanello di allarme, immaginando una vittoria di quegli ambiti Usa critici verso la linea poco assertiva di Washington nei teatri di crisi internazionali, con particolare riferimento alla Siria e all’Iraq (leggi Assad e Is), all’Iran (leggi negoziato sul nucleare iraniano, avversato dalla destra Usa) e alla Russia (leggi anche Ucraina). Insomma, tali dimissioni avrebbero indicato un cambio di strategia da parte di Obama, ormai pronto a sposare le idee dei neocon (o, che nello specifico è lo stesso, dei liberal – clintoniani).

Il sito America 24 in realtà segnala qualcosa di diverso e cita in proposito un’indiscrezione dell’autorevole Wall Strett Journal, che ha rivelato (in sintesi) il contenuto di due lettere private scritte da Hagel a Obama. «Nella prima, scritta circa due mesi fa, Hagel chiedeva nuove misure contro il Presidente russo Vladimir Putin e maggiori sforzi per rassicurare i preoccupati alleati europei [probabile si riferisca in particolare alla Polonia e ad altri Stati dell’Est Europa ndr.]. Poco tempo dopo, il segretario della Difesa ha inviato una seconda lettera, chiedendo all’amministrazione di chiarire la sua strategia sulla Siria, dove si combatte l’avanzata degli estremisti sunniti dell’Isis mentre prosegue la battaglia, ora più debole, contro il presidente Beshar al-Assad».

Rivelazione quest’ultima che va letta tenendo presente un’ulteriore indiscrezione del WSJ, che spiega come in realtà «la rottura tra Hagel e Obama avrebbe anche una data: il 30 agosto 2013, il giorno in cui il presidente, dopo un colloquio con il capo di gabinetto della Casa Bianca, Denis McDonough, informò il segretario alla Difesa della cancellazione del piano di bombardare Assad per il presunto uso di armi chimiche [strage di Goutha ndr.], il giorno prima dell’inizio dei raid. Hagel disse ai suoi collaboratori che era una voltafaccia che avrebbe danneggiato Washington nel mondo».

Insomma, l’ex ministro della Difesa Usa era contrario alla linea fin qui condotta dall’amministrazione Obama su Siria e Russia, giudicata lenta, ambigua e inconcludente. Ma forse c’è dell’altro, e stavolta più che al WSJ ci affidiamo al calendario. La defenestrazione di Hagel è avvenuta in un giorno preciso, il 24 novembre, quando Obama ha visto procrastinare la conclusione del negoziato sul nucleare iraniano, sul quale sta spendendo molte delle sue energie e del suo prestigio. Anche se giustamente il rinvio è stato presentato come una mezza vittoria a fronte della prospettiva di un fallimento senza ritorno (e tragico per la stabilità del Medio oriente), di fatto ha rappresentato una sconfitta dell’amministrazione americana, decisa a chiudere in quella data.

È possibile, quindi, che con le dimissioni forzate di Hagel, Obama abbia voluto dare un segnale di segno opposto ai suoi critici, magari non solo riguardo al negoziato con Teheran. Sotto diversi aspetti questa defenestrazione ricorda infatti quella del generale David Petreaus, avvenuta subito dopo la rielezione di Obama: il comandante in capo delle forze Usa dell’intero scacchiere mediorientale fu cacciato a seguito di uno scandalo, ma pare che Obama abbia colto al balzo l’occasione per allontanare un elemento di contrasto alla sua strategia di ripiegamento delle forze americane dal teatro di guerra iracheno.

I problemi non si possano risolvere magicamente con l’allontanamento di un ministro; né la nomina di un successore in linea con i progetti della Casa Bianca sarà cosa facile, dal momento che il Parlamento, chiamato a ratificare, è in mano ai repubblicani. Ed è possibile, anzi, che Obama sia costretto ad accettare un successore poco gradito (il Presidente degli Stati Uniti conta sempre meno…). Ma resta il segnale, seppur minimo, che indica il tentativo di Obama di smarcarsi da quanti, da destra e da sinistra, chiedono di accentuare il confronto con Mosca, di sbarazzarsi definitivamente di Assad (nonostante sia di fatto un fattore di contrasto all’Is) e a non dare seguito al negoziato con Teheran.