8 Ottobre 2014

C'è un'Europa che preme per lo Stato di Palestina

di Renato Piccolo
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Margot Wallstrom

Margot Wallstrom

Il presidente palestinese Abu Mazen l’ha spiegato chiaro e tondo durante il suo ultimo intervento all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a fine settembre: il suo obiettivo è ottenere che Israele riconosca lo Stato di Palestina, al termine di un negoziato bilaterale e in cambio del riconoscimento reciproco. Ma se il governo Netanyahu continua a temporeggiare – ha detto il presidente – la Palestina è pronta a cercare il sostegno della comunità internazionale. Un sostegno che, dopo la guerra a Gaza, pare ancora più forte che in passato.

Lo Stato di Palestina è riconosciuto ormai dalla stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, oltre che dalle Nazioni Unite. Fa eccezione quasi tutto il blocco “occidentale”: gli Stati Uniti e gli altri paesi del Nord America, la gran parte dell’Unione europea, il Giappone, l’Australia. Anche in questo blocco, però, si stanno aprendo delle crepe.

Dopo la vittoria dei socialdemocratici alle ultime elezioni in Svezia, lo scorso 14 settembre, il nuovo governo di Stoccolma ha annunciato che riconoscerà lo Stato di Palestina. «Ci auguriamo che questa decisione possa imprimere una nuova dinamica ai negoziati in Medio Oriente», ha spiegato il ministro degli esteri Margot Wallstrom all’agenzia Reuters. La mossa, probabilmente, non sarà immediata, ma è comunque un segnale importante, che potrebbe spingere Israele, il condizionale è d’obbligo, a stipulare un trattato di pace con la Palestina negoziando le condizioni, invece che trovarsi di fronte alla nascita de facto dello Stato palestinese.

La Svezia potrebbe non essere sola. Lunedì prossimo, 13 ottobre, il parlamento di Londra discuterà una proposta di alcuni deputati laburisti per il riconoscimento della Palestina da parte della Gran Bretagna. Già durante l’ultima guerra di Gaza il leader del Labour Ed Miliband – discendente di due famiglie di ebrei polacchi sfuggite alla persecuzione nazista – aveva espresso il suo dissenso per la scelta israeliana di attaccare via terra la Striscia. Presentando la mozione per il riconoscimento della Palestina, la sinistra britannica di fatto sanziona le resistenze del governo Netanyahu a rilanciare il negoziato di pace.

Non sarà facile per la mozione ottenere la maggioranza: il governo a guida conservatrice è contrario. Anche nel partito tory, però, è possibile qualche defezione: durante la guerra una sottosegretaria conservatrice, Sayeeda Warsi, si dimise dal suo incarico in dissenso con la linea del suo governo su Gaza. Piccolo segnale di un qualche malcontento anche nel partito di Cameron; è possibile inoltre che la mozione possa trovare consensi tra i liberal-democratici.

In ogni caso, è bene precisarlo, il voto avrà un valore puramente consultivo: il governo potrà anche ignorarlo. Ma potrebbe essere un ulteriore segnale per Israele.

Nel 2011 Londra scelse l’astensione del voto sul riconoscimento della Palestina alle Nazioni Unite, insieme ad altri Paesi europei come la Germania. Ora Abu Mazen ha chiesto all’Onu di votare una nuova risoluzione che fissi dei tempi certi per i negoziati di pace, con un calendario per il ritiro israeliano dalla Cisgiordania. Israele può evitare che si arrivi di nuovo a un voto del Palazzo di vetro rilanciando le trattative. Se non lo farà rischia di accrescere le divergenze con alcuni dei suoi alleati più antichi.