2 Ottobre 2014

Quando Hong Kong era colonia britannica

Tempo di lettura: 2 minuti

«La dimostrazione di sfida in atto a Hong Kong sembra sconcertare i leader cinesi, e i motivi di tale perplessità non sono poi così difficili da intuire. Dopo tutto, quando Hong Kong era una colonia di Sua Maestà non erano forse i britannici a scegliere i governatori? All’epoca nessuno aveva da ridire. In effetti il “patto” che i residenti della colonia di Hong Kong in passato sembravano aver accettato – che prevedeva la rinuncia ad interessarsi della politica in cambio della possibilità di perseguire la ricchezza materiale in un contesto sicuro e ordinato – non era poi così diverso dal patto stretto oggi con le classi colte della Cina». Così Ian Buruma in un articolo pubblicato sulla Repubblica del 2 ottobre.

Interessante considerazione quella di Buruma, dal momento che la rivolta degli studenti nasce proprio dal rifiuto di una ingerenza cinese sui candidati alle prossime elezioni locali.

A questa osservazione Buruma fa seguire un correttivo: esistono sostanziali differenze tra la dominazione britannica e quella attuale e consisterebbero nel fatto che allora esisteva una stampa «relativamente libera, un governo relativamente esente da corruzione e una magistratura indipendente». Considerazioni poco convincenti, dal momento che provare  il grado di corruzione di un governo rispetto a un altro è alquanto difficile (e a volte riserva sorprese: l’Inghilterra mosse guerra alla Cina perché questa voleva impedire il traffico di droga nel suo Paese, la devastante guerra dell’oppio…); e anche provare il grado di indipendenza o meno di una magistratura è esercizio alquanto difficile, non solo in Cina: in ogni caso a questo riguardo, se del caso, basterebbe una riforma dell’ordine giudiziario. Sulla stampa relativamente libera piace sottolineare quel «relativamente» e ipotizzare per il presente garanzie in questo senso da parte di Pechino.

Non si vuole minimizzare le differenze tra oggi e allora, che esistono, ma oggi come allora si tratta di trovare una mediazione tra le esigenze di un governo centrale e quelle di una provincia che reclama spazi di libertà, evitando di chiudersi in uno scontro ideologico tra liberalismo e comunismo, anacronistico quanto pericoloso per la stabilità di un Paese con un miliardo di abitanti e del mondo.

In ogni caso, a Buruma il merito di aver ricordato una pagina del passato molto istruttiva per il presente.