8 Settembre 2014

Dell'islam e della persecuzione contro i cristiani

CENTURY COLLECTION HITLER

Oggi i cristiani sono più perseguitati che nei primi secoli: è un’affermazione che Papa Francesco ha ripetuto più volte. E in effetti tanti sono i luoghi del mondo dove tale persecuzione si manifesta in maniera virulenta (mentre altrove in modo più occulto e nascosto): basta guardare quel che avviene in Siria, in Iraq o in Nigeria per fare esempi che sono sotto gli occhi di tutti. Ma episodi drammatici di intolleranza si sono manifestati anche in Israele, come più volte ha messo in guardia l’Osservatore romano. 

E veniamo al punto dolente: spesso quando si parla di persecuzioni contro i cristiani automaticamente si è portati a identificare i carnefici negli islamici. Un errore alimentato dalla narrativa di questi ultimi decenni.

Il mondo islamico ha conosciuto secoli di convivenza con i cristiani, dalla Siria all’Egitto, dal Libano all’Iraq come altrove. Non siamo idilliaci e sappiamo bene che tale convivenza a volte è stata funestata da ondate di violenza anticristiana, ma ciò appartiene a momenti storici particolari che non hanno risparmiato neanche l’Occidente cristiano (per fare un solo esempio la guerra dei trent’anni).

La novità di questi decenni è la nascita e la crescita di un nuovo mostro, un fondamentalismo che rappresenta la perversione dell’islamismo, che si autoalimenta seminando terrore, anzitutto nello stesso mondo islamico che ne è la principale vittima: in Siria come in Iraq come altrove le vittime islamiche di questi criminali sono innumeri, dato troppo spesso obliterato. Un mostro nato nel crogiolo delle guerre neocon che hanno funestato il mondo arabo: dalla guerra in Afghanistan a quella in Iraq, dalla guerra in Libia a quella siriana. Un decennio di guerre che ha distrutto Paesi abitati da relativa stabilità, lasciando dietro di sé masse di disperati esasperati pronti ad arruolarsi nella fila di queste bande armate, spesso foraggiate senza parsimonia da potenti ambiti occidentali (è il caso lampante della Libia e della Siria, ma non sconosciuto altrove). Tanto è vero in questi anni le Chiese orientali, quelle che subiscono tali persecuzioni è bene ricordarlo, hanno più volte lanciato appelli a una moderazione in campo occidentale; hanno più volte condannato queste spedizioni militari apportatrici di caos e di violenza. Come tante, troppe volte hanno denunciato la strumentalità di tanto ardore bellico, apparentemente fondato sull’esportazione della giustizia e dei valori occidentali, in realtà motivato da forti interessi (petrolio, vantaggi geopolitici e altro e più oscuro).

È bene ricordare, aiuta a capire tante cose anche del presente, che al Qaeda, il primo network del terrore islamista di stampo moderno, nasce nel crogiolo della Guerra Fredda, quando gli Usa, tramite Osama Bin Laden, reclutavano e addestravano tagliagole in tutto il mondo islamico per lanciarli contro il nemico russo in Afghanistan. Al Qaeda era appunto il nome che gli americani avevano dato al database che conteneva le informazioni relative ai tanti adepti di questa legione. Per non dimenticare la guerra in Kosovo, altro Paese nel quale, si era sotto la presidenza Clinton, bande di feroci islamisti hanno combattuto sotto le bandiere dell’Occidente il nemico serbo.

Per fare un solo esempio personale, che risulta di tragica attualità, ricordo quanto il patriarca di Babilonia dei caldei Raphael Bidawid, da me contattato prima della seconda invasione americana in Iraq, temesse quell’iniziativa militare: questo Paese non ha mai conosciuto il fondamentalismo islamico, mi confidò, la guerra gli aprirà le porte. Parole profetiche: ora imperversano i tagliatori di teste. Non era certo un fan di Saddam Hussein, Bidawid, anzi. Era semplicemente un realista. Si ricordi che al tempo di Saddam il vice-presidente iracheno era un cristiano, e tanti cristiani occupavano posti di responsabilità nell’amministrazione pubblica. Come in Siria, in Libano o come altrove nel mondo arabo. Ma su questo e altro rimandiamo alla rubrica Mondo e all’intervista al gran Muftì egiziano pubblicata su Avvenire.

In questa sede accenniamo a una iniziativa del Giornale. In un tempo nel quale a causa della crisi i quotidiani riducono giornalisti e foliazione a discapito della qualità (ma sul punto torneremo perché è molto importante) il Giornale ha varato i reportage in crowdfunding da zone di crisi, Gli occhi della guerra, proponendo ai propri lettori servizi all’estero. Quel che piace sottolineare di questa  iniziativa è che uno di questi reportage ha come tema articoli da Paesi in cui i cristiani sono perseguitati. Pare che i lettori abbiano gradito. Un’iniziativa in sé minima, ma potrebbe aiutare a riportare le voci dei cristiani di quei Paesi e a capire meglio realtà complesse e articolate troppo spesso semplificate in narrazioni banalizzanti e strumentali. La favola dell’islam lanciato a bomba contro i cristiani è solo una delle tante armi a disposizione di quanti stanno diffondendo il caos in questo povero mondo. Si ricordi che la storia della civiltà occidentale  ha conosciuto la tragedia nazista. E che Hitler non era un folle islamico, ma un folle battezzato.

Tema caldo che rimarrà, purtroppo, di stretta attualità: ci torneremo.