20 Agosto 2014

Della guerra di Gaza e di altre tragedie

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La tregua è rotta, la guerra a Gaza ricomincia. Dodici giorni di trattative non hanno portato a nulla e da ieri gli ordigni di morte hanno ricominciato a incrociarsi sui cieli della Striscia e di Isreale. Eravamo purtroppo stati facili profeti quando, in una recente nota, avevamo manifestato certo scetticismo sulla riuscita dei negoziati. D’altronde non ci voleva molto a capire che qualcosa, anzi tutto, non andava e che le trattative che si svolgevano al Cairo potevano saltare da un momento all’altro.

Per capire cosa è successo bisogna guardare le carte disposte sul tavolo dei negoziati. Hamas chiedeva la fine dell’embargo che da anni strangola Gaza, l’allargamento di alcune miglia della zona di pesca prospiciente la Striscia, la liberazione dei suoi prigionieri e la costruzione di un porto e di un aeroporto. Come in tutte le trattative, era stato chiesto tanto per ottenere un minimo, dal momento che se la liberazione dei prigionieri rientrava nel novero delle cose possibili, la costruzione delle infrastrutture chieste da Hamas appartenevano al novero delle richieste impossibili, dal momento che di fatto si chiedeva la fine di ogni controllo sulle relazioni, commerciali e non, della Striscia, cosa alla quale Israele non avrebbe mai potuto acconsentire. Ma era stata avanzata lo stesso per ottenere l’unico vero obiettivo che Hamas si era prefissato: la riapertura dei valichi, anche se sotto il controllo di Fatah, che avrebbe posto fine all’embargo.

Israele dal canto suo aveva posto sul tavolo un’opzione impossibile: la smilitarizzazione di Hamas (ovvero la resa incondizionata), che poteva chiudere su tutto o preludere a un compromesso su parte delle richieste avanzate dalla controparte.

Poteva, ma si era capito che Netanyahu, anche incalzato dall’ala destra del suo governo, avrebbe fatto fatica a cedere. Hamas «non può sperare di compensare una sconfitta militare con un successo politico», aveva affermato il premier israeliano il 17 agosto. Una dichiarazione che conteneva un messaggio chiaro: abbiamo vinto la guerra, quindi nessuna concessione (si può ipotizzare che al massimo si sarebbe potuta accogliere la richiesta di allargare le zone di pesca e la liberazione di qualche prigioniero). O, guardando la dichiarazione di Netanyahu sotto un altro profilo, quelle parole potevano far intendere che Israele era disposto a porre fine all’embargo solo a seguito di una capitolazione senza condizioni di Hamas, sconfitta sul piano militare. Ovvero appunto, dopo la sua “smilitarizzazione”.

Che fosse l’embargo la pietra d’inciampo delle trattative era stato chiaro anche dalla dichiarazione di Robert Serry, inviato dell’Onu in Medio Oriente, che solo due giorni fa aveva detto: «Bisogna porre fine all’embargo su Gaza, e rispondere alle legittime preoccupazioni sulla sicurezza di Israele». Affermazione pubblica inutile se non fosse stato questo il punto controverso.

Ma che qualcosa non andava per il verso giusto si era capito anche da altro: due giorni fa lo Shin Bet, l’intelligence militare israeliana, ha annunciato di aver arrestato alcuni esponenti di Hamas implicati in un tentativo di colpo di Stato ai danni di Fatah in Cisgiordania. L’annuncio è piombato come un fulmine sul tavolo dei negoziati, ancorché l’operazione di polizia era stata accolta con scetticismo anche da alcuni giornalisti israeliani. «Roni Daniel, al telegiornale del Canale 2, ammette “non so se il gruppo sarebbe stato in grado di scatenare il caos in Cisgiordania”. Barak Ravid, del quotidiano Haaretz, ironizza in un tweet sulla quantità (ridotta) di armamenti sequestrati, una trentina tra pistole, kalashnikov, lanciagranate»: è quanto si leggeva sul Corriere della Sera del 19 agosto.

L’operazione di polizia andava a toccare un altro punto dolente di questa diatriba, sorta di convitato di pietra in questo dialogo forzato tra Tel Aviv e i palestinesi: l’accordo tra Hamas e Fatah, da sempre osteggiato dal governo israeliano. Il presunto progetto sovversivo di Hamas, infatti, andava a creare diffidenza tra le due anime della politica palestinese che si sono presentate unite al tavolo dei negoziati. E sembra davvero incredibile che all’interno di questa ritrovata unità, che rafforzava il fronte palestinese come non mai, Hamas potesse covare l’idea di eliminare l’indispensabile alleato. Comunque Abu Mazen, che di Fatah è il leader, ha disposto un’inchiesta interna per acclarare i fatti.

Insomma, tanti elementi di disturbo in queste trattative. Ieri l’evaporazione delle residue speranze: proprio mentre sul fronte palestinese sembrava diffondersi un cauto ottimismo, alcuni razzi sono stati sparati verso il territorio israeliano, senza causare vittime. Hamas ha negato la paternità dell’attacco. E molti giornali italiani in effetti riportano che a sparare sarebbe stata qualche cellula jihadista (che rispondono più ai loro sponsor esteri che ad Hamas). Ma tanto è bastato a far saltare tutto. Israele ha ritirato la sua delegazione e la guerra è ricominciata, con raid di Tsahal e lanci di razzi di Hamas. Ieri cinque morti palestinesi. Che si aggiungono alle vittime precedenti: 2016 di cui 541 bambini e 250 donne.

La campagna riprende e non annuncia nulla di buono. Il fronte israeliano sembra più compatto di prima attorno al suo premier e in tanti accarezzano l’idea di chiudere i conti una volte per tutte con lo storico nemico, oggi che è più debole e isolato che mai. Quanto sangue debba scorrere per arrivare all’obiettivo è ancora da vedere.

Una nota a margine per ricordare l’uccisione del giornalista americano James Foley, decapitato ieri dai terroristi dell’Isis. Nel video diffuso dagli jihadisti, dove si vede il prigioniero in tuta arancione (bizzarra identità con quelle usate nei campi di detenzione per terroristi degli Usa), le ultime parole del condannato. Un tragico destino per un uomo giunto in Medio Oriente per raccontare l’anelito di libertà del popolo siriano in lotta contro il dittatore Assad…

Nel filmato anche una minaccia agli Stati Uniti: gli ultimi fotogrammi infatti si soffermano su di un altro giornalista americano prigioniero la cui vita, dice l’aguzzino narrante, dipenderà «dalla tua prossima decisione, Obama». Questo monito, e l’omicidio mirato di Foley, costringeranno il Presidente degli Stati Uniti ad assumere un ruolo più assertivo in Iraq. Ciò avviene mentre in patria deve fronteggiare la rivolta della comunità afroamericana di St. Louis, causata dall’omicidio di Michael Borwon, avvenuto dieci giorni fa ad opera della polizia locale. Una rivolta che ieri si è infiammata ulteriormente dopo l’omicidio di un altro uomo di colore, ucciso dagli agenti inviati a contrastare le proteste.

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Barack Obama ha avuto un ruolo non indifferente nella risoluzione (provvisoria) della crisi di Gaza. Più volte ha tentato di mettere un freno al conflitto e ha tenuto il punto sulla necessità dell’accordo tra Fatah e Hamas. Posizioni che l’hanno messo in urto con il governo di Tel Aviv. Ruolo che gli sarà difficile conservare, stante che da ieri ha altre priorità.

Giorno buio ieri, funestato tra l’altro da due tragici incidenti: quello d’auto che ha causato la morte di tre familiari del Papa in Argentina e quello di due aerei militari sui cieli italiani (quattro piloti dispersi). Altro rispetto alle tragedie sulle quali si è dilungato l’articolo, ma che hanno contribuito a offuscare il cielo. Eppure, sopra le nubi continua a splendere il sole. Restare in attesa di qualche spiraglio a volte non è immediato, ma resta l’unico modo per non far prevalere il buio nel cuore.