10 Agosto 2014

Gaza: la tregua saltata e il ruolo di Hamas

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Bombe GazaVittorio Emanuele Parsi, nell’editoriale di Avvenire del 9 agosto,  spiega i motivi per i quali la tregua di 72 ore, durante la quale Hamas e Israele avrebbero dovuto trovare una composizione al conflitto che ha devastato Gaza, è saltata: «Hamas ha messo al centro delle sue richieste la fine di quello strangolamento economico della Striscia che è in atto dal 2006. Apertura dei valichi, estensione del diritto di pesca, realizzazione di un porto e persino un piccolo aeroporto che apra Gaza al mondo e il mondo a Gaza. Questi erano e restano i principali obiettivi di Hamas, accanto alla liberazione dei suoi militanti e prigionieri. Solo quest’ultimo riguarda l’organizzazione in sé, tutti gli altri hanno a che fare con la fine di quell’altro assedio, senza bombe e senza missili, che da otto anni ha reso la situazione di Gaza sempre più inaccettabile. Concederglieli, da parte israeliana, avrebbe significato ratificare la vittoria nella guerra con la quale intendevano piuttosto affossare militarmente e politicamente il movimento islamista.

Israele pretendeva invece di ottenere in misura totale e permanente al tavolo negoziale ciò che era parzialmente e temporaneamente riuscito a ottenere sul campo di battaglia: lo smantellamento della capacità militare di Hamas, attraverso la consegna dei missili residui e la distruzione dei tunnel, primo passo per una smilitarizzazione di Gaza (dopo quella della Cisgiordania), ma senza che ciò avvenisse contestualmente alla nascita di uno Stato palestinese. Inoltre – in questo appoggiata dall’Egitto di Al Sisi e dai Paesi occidentali – chiedeva che i valichi, una volta riaperti, fossero affidati al controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Per Hamas si trattava di condizioni inaccettabili perché avrebbero implicato la sostanziale rinuncia del movimento palestinese a lottare per una Palestina libera».

Così l’ostinazione delle parti a «cogliere diplomaticamente quella vittoria totale sfuggita sul campo di battaglia» ha fatto saltare la tregua.

Nella sua riflessione Parsi non manca di sottolineare come nel corso delle trattative l’Egitto e i governi occidentali «non hanno fatto mistero di ritenere che il solo esito “positivo”, in termini politici, della tremenda mattanza avrebbe potuto essere il ridimensionamento di Hamas e il rafforzamento dell’Anp», cosa che Hamas non può accettare.

E conclude spiegando che se anche non si vuole dare «piena e formale legittimità politica ad Hamas», occorre «prendere atto che quel soggetto esiste ed è rappresentativo (avendo vinto la uniche elezioni competitive tenute in Palestina sotto la supervisione internazionale nel gennaio 2006) e con esso bisogna fare i conti se si vuole cercare una soluzione politica non solo al conflitto arabo-israeliano ma persino all’ultima guerra di Gaza».