8 Agosto 2014

La follia sanguinaria che dilaga in Iraq

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La follia dell’Is, l’autoproclamato Stato islamico iracheno, dilaga: oltre centomila persone, molti di questi cristiani, hanno abbandonato la città di Mosul per cercare rifugio nella zona curda. Ma anche altre minoranze fuggono davanti ai criminali in camicia nera che stanno seminando il terrore tra la popolazione civile. Migliaia e migliaia di persone vengono sfollate così come si trovano, senza poter portare con sé nulla, mentre il califfo di Camp Bucca, tal Al Baghdadi, instaura il suo regno del terrore. Un giro su internet può dare contezza del campionario di orrori che accompagna questi loschi figuri in camicia nera: esecuzioni di massa, sgozzamenti, teste tagliate, donne cristiane vendute nel suk (è quanto ha denunciato la Croce Rossa) e via dicendo.

Si moltiplicano gli appelli dei patriarchi del luogo. Chiedono un qualche intervento internazionale che ponga fine a questa carneficina. Ma ad oggi si muove poco o nulla: gli Stati Uniti hanno inviato aiuti umanitari e hanno iniziato a effettuare dei bombardamenti aerei, ma al momento hanno escluso che i marines possano posare i loro scarponi sul suolo iracheno. Da altre parti si moltiplicano auspici e manifestazioni di solidarietà, ma nulla di più.

Tanti fattori ostano a un vero intervento della comunità internazionale. Gli Usa sono i primi responsabili di questa follia: senza l’assurda e pretestuosa guerra a Saddam (le armi di distruzione di massa…) che ha devastato lo Stato e la società civile non si sarebbe arrivati a questo. Ora, dopo aver dichiarato che la guerra è finita, che finalmente l’Iraq è una democrazia e non più un regime dispotico e dopo aver ritirato i loro armati dal terreno, tornare indietro per gli Usa suonerebbe come una sconfessione clamorosa. A questo si aggiunga che gli Stati Uniti hanno chiesto più volte al legittimo premier iracheno, lo sciita Nouri Al Maliki, di fare un passo indietro: ufficialmente perché non è riuscito a fare un governo inclusivo, più probabilmente perché il legame tra questi e l’Iran è troppo forte per poter essere accettato (non tutti negli Usa concordano con Obama sul negoziato con Teheran riguardo il nucleare): una diffidenza che non aiuta Washington a metter mano alle pistole, come accaduto, troppo spesso a sproposito, in passato.

Già, l’Iran è il convitato di pietra di questa follia. Il legame tra Al Maliki e Teheran ha scatenato nelle monarchie del Golfo il terrore di un allargamento della sfera d’influenza di Teheran sul Paese vicino. Da qui il sostegno, sottotraccia ma munifico, ai miliziani dell’Is.

Ma questa crudele pazzia non sarebbe stata possibile senza il progetto di rovesciare Assad in Siria, sul quale l’Occidente ha conosciuto convergenze con l’Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo e la Turchia. L’Isis, l’attuale Is, nasce nelle more del mattatoio siriano, una delle tante milizie organizzate scatenate contro Assad. Un mostro nato e alimentato in questo conflitto, e scatenato nell’Iraq dopo aver constatato che la defenestrazione di Assad necessita tempi più lunghi del previsto.

Ma ci sono altri fattori a complicare le cose: un vecchio progetto dei neocon, nell’ambito della ristrutturazione del Medio Oriente, prevedeva la divisione dell’Iraq in tre Stati: uno curdo, uno sciita, uno sunnita. Ovvero quello che è accaduto: ora i curdi sono di fatto una realtà autonoma, poi ci sono i sunniti dell’Is e la parte sciita controllata dal governo di Bagdad. Molto significativo in questo senso il fatto che l’Is si sia proclamato Stato, a differenza delle altre ramificazioni di Al Qaeda disseminate nel mondo islamico che non hanno conosciuto tale evoluzione politica.

L’Is è ricchissimo: ha messo le mani su pozzi di petrolio, su giacimenti di gas e banche, oltre a continuare a incassare monumentali contributi esteri. Ha armi sofisticate rubate sul terreno e soprattutto ha dalla sua il totale disprezzo della vita umana, marchio di fabbrica di Al Qaeda. Un mostro che sarà sempre più difficile da domare man mano che conquisterà ricchezze naturali che ne alimenteranno il potere finanziario e di ricatto.

In questa situazione i cristiani sono vittime predestinate: molti di questi stanno cercando rifugio presso i curdi, ai quali un antico legame, anche militare, con Israele e con l’Occidente consente di fronteggiare con certo successo il nemico. Proprio questo legame con Israele rende complicati i rapporti tra i curdi iracheni e il governo sciita di Badgdad e difficile una loro cooperazione militare, al momento solo episodica.

Con l’esodo di cristiani verso il Kurdistan iracheno viene a realizzarsi un altro sogno neocon: al tempo della guerra irachena più volte dagli Stati Uniti e da altri ambiti i cristiani iracheni erano stati invitati ad abbandonare il resto del Paese per portarsi nell’enclave curda, cosa che le autorità ecclesiastiche avevano rifiutato categoricamente: quella “ritirata” avrebbe posto fine a secoli di convivenza tra gente di religioni diverse e avrebbe ghettizzato una delle più antiche comunità cristiane del mondo. Ora a quell’invito si è in parte ottemperato sotto la spinta degli jihadisti.

Stando così le cose, il contrasto alla minaccia del califfo di Camp Bucca sarà cosa complessa. La follia dell’Is è destinata a durare tempo. E la sua risoluzione non può che passare anche per Teheran e Damasco, proprio i due Paesi contro cui la bestia è stata scatenata.