5 Agosto 2014

Gaza, la tregua e i tunnel di Hamas

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Prima tregua accettata da entrambe le parti, 72 ore per arrivare, forse, a una tregua più duratura tra Israele e Hamas. Tregua però, non pace, che è tutt’altra cosa. Ma comunque almeno il mattatoio Gaza conosce requie.

Vittime in questa follia sono stati 1.900 palestinesi, tra i quali circa 400 bambini. Altri 9.000 sono rimasti feriti e gli sfollati sono 285.000 soltanto nei rifugi gestiti dall’Onu, ma il totale rasenta i 400.000 su un totale di abitanti di 1.800.000. I civili israeliani uccisi sono due, mentre i militari caduti sono circa sessanta.

Israele annuncia che tutti i tunnel di Hamas che si allungavano verso Israele sono stati distrutti, così che, raggiunto l’obiettivo militare prefissato, può annunciare ai suoi cittadini la vittoria e porre fine alle operazioni militari.

Ma la situazione è ancora precaria: ieri due attentati compiuti in Israele, una ruspa che ha ucciso due persone (ma la famiglia del presunto attentatore dice che si è trattato di un incidente, che il mezzo è sfuggito al controllo del loro congiunto) e il ferimento di un soldato ad opera di un killer in motocicletta ha rischiato di mandare tutto all’aria. Non solo, l’esercito di Tel Aviv resta schierato al confine di Gaza, pronto a intervenire nel caso di una violazione della tregua. Insomma, il rischio di un nuovo precipitare degli eventi è alto.

Comunque la cosa più strabiliante resta che Israele dichiari che  l’obbiettivo militare è stato conseguito con la distruzione dei tunnel. E l’altra cosa strana è che nessuno rilevi l’incongruenza di questa dichiarazione, che in sé dà alla guerra uno scopo preventivo: un massacro compiuto perché Hamas non usi i tunnel per colpire eventualmente Israele.

Val la pena riavvolgere il nastro e ripercorrere la genesi di questo conflitto. Il 12 giugno scorso vengono rapiti tre ragazzi israeliani. Sono uccisi la notte stessa, come ben sanno i servizi israeliani ma non il mondo che ne resterà all’oscuro. Netanyahu accusa subito Hamas e invia i militari, ufficialmente, a cercare di liberare i ragazzi a Hebron e nei dintorni. Nelle ricerche vengono arrestati centinaia di palestinesi, molti dei quali dirigenti di Hamas rilasciati dalle carceri israeliane al tempo dello scambio con il soldato Shalit. Hebron viene chiusa in una morsa di ferro, edifici sono perquisiti senza tanti complimenti e, nelle more della ricerca, vengono uccise cinque persone. Operazioni che vengono eseguite nonostante la polizia sappia bene che a commettere il crimine non è stata Hamas, come abbiamo riportato sul nostro sito e come ripete ieri Tahar Ben Jalloun sulla Repubblica (titolo dell’articolo: Una via di uscita dalla brutalità). A quel punto Hamas inizia a lanciare razzi contro Israele e questa invade Gaza con le note conseguenze.

Stando così le cose, assume un altro significato l’affermazione di Moriah Fund, ebreo australiano direttore della Fondazione per la democrazia e la società civile, che sul Corriere della Sera ha parlato di una «strumentalizzazione da parte del governo israeliano del rapimento e uccisione dei tre ragazzi ebrei come pretesto per attaccare Hamas in Cisgiordania».

Insomma, Netanyahu cercava il pretesto di scatenare questa guerra e qualcuno gliel’ha fornito, uccidendo tre poveri ragazzi israeliani.

Ma la guerra non aveva solo l’obiettivo di distruggere i tunnel. Scopo non dichiarato del conflitto era anche mettere in discussione l’accordo Hamas-Fatah siglato ad aprile. L’accordo, infatti, aveva trovato fortemente contrari i dirigenti di Israele, che sul punto erano entrati in urto con l’amministrazione Usa, sponsor della riconciliazione (in fondo anche Obama è stato seppellito sotto il tiro incrociato di Gaza). Da questo punto di vista però, almeno al momento, la guerra non ha cambiato nulla, anzi ha rinsaldato questo asse. Anche per questo le autorità israeliane si sono rifiutate di sedere al tavolo dei negoziati con la controparte, che vedeva unite le due anime palestinesi (più rappresentanti jihadisti che al momento contano poco). Non lo hanno fatto finora, difficile, anche se non impossibile, che lo facciano in queste 72 ore: sarebbe come dare un riconoscimento ufficiale agli interlocutori.

Se le cose rimarranno così, questo accordo rimarrà una spina nel fianco per le autorità israeliane. Il problema è che questa riconciliazione pone fine, dopo decenni, a quella frattura all’interno del mondo palestinese che ebbe inizio con la nascita di Hamas, movimento religioso che Abraham Yehoshua, sulla Stampa del 4 agosto, ricorda che fu visto con favore da Israele, perché si contrapponeva al nazionalismo politico di Fatah. Sergio Romano, sul Corriere della Sera del 22 luglio si spingeva più in là, spiegando come «qualcuno osservò» che la nascita di Hamas «era stata favorita dai servizi israeliani, convinti allora che un fanatico movimento religioso avrebbe ridotto l’influenza dei laici di Al Fatah sulla società palestinese». Insomma, dopo anni, ciò che Israele aveva diviso è tornato unito. Per certa destra israeliana ciò costituisce una minaccia molto più pericolosa che non qualche decina di tunnel: alla lunga potrebbe essere sempre più difficoltoso evitare negoziati o compromessi, cosa che Netanyahu è riuscito a fare finora come ha ricordato a più riprese nei suoi interventi David Grossman.

Resta la macelleria di questi giorni. Non solo le vittime, ma i danni alle strutture di Gaza che renderanno impossibile la ripresa di una vita normale a breve. In un articolo pubblicato sulla Repubblica del 3 agosto si dettagliava come a causa dei bombardamenti sono «diecimila le case distrutte, ventimila quelle colpite, 32 ospedali chiusi, 117 le scuole dell’Onu danneggiate». Per non contare la distruzione della centrale della rete elettrica e i danni alle infrastrutture idriche e fognarie.

E l’odio, tanto odio, da una parte all’altra della barricata, alimentato dalla macelleria di Gaza e dalla pioggia di razzi che ha terrorizzato la popolazione israeliana. Un odio che renderà ancora più impervio un possibile compromesso tra palestinesi e israeliani che solo può ridare pace a questo angolo di mondo.