2 Agosto 2014

L'abolizione del Senato: dalla mossa del cavallo a quella del canguro

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Abolito. Da oggi il Senato non esiste più (a meno di sorprese legate a speranze residuali difficili da coltivare). Al suo posto un’inutile orpello: un’assemblea dove cento inutili personaggi in cerca di autore (novantacinque scelti dalle Regioni e cinque dal Capo dello Stato) si ritroveranno a parlare del più e del meno.

Ieri è nata la seconda Repubblica, stante che il ventennio precedente, caratterizzato dall’apparente scontro Berlusconi – antiberlusconi (in realtà lo scontro aveva ben altri protagonisti) si muoveva nell’ambito tracciato dalla Costituzione del dopoguerra, scritta da Padri costituenti verso i quali non è stato osservato il rispetto dovuto.

Ed è nata attraverso un artificio detto “canguro” che, facendo decadere i molteplici emendamenti presentati da Sel e Cinque stelle, ha impedito l’esercizio dell’ostruzionismo, strumento storico delle opposizioni in un ordinamento democratico civile; e grazie all’approvazione di un emendamento, un misero emendamento non una legge o altro, che ha stabilito che il Senato non è più elettivo. Insomma una “furbata”, né più né meno, che lascia intendere lo spessore della classe dirigente (nel senso ampio dell’espressione, al di là degli attori del momento) che ha fortemente voluto questo cambiamento istituzionale.

Napolitano ha le sue gravi responsabilità essendo il Presidente della Repubblica preposto alla garanzia delle Istituzioni (non a schierarsi da una parte o dall’altra della contesa in essere, come invece ha pubblicamente fatto). Istituzioni che, al di là degli esiti, avrebbero meritato, fosse anche per la storia e l’importanza del tema, un momento riformatore ben più alto, non certo realizzato tramite un occulto artificio.

Ma al di là delle responsabilità del Capo dello Stato (la cui posizione è anche conseguenza dello strappo alla prassi costituzionale avvenuto al momento della sua rielezione, unico caso nella storia repubblicana), ben più gravi sono le responsabilità di altri. Di quanti cioè hanno usato del ragazzo di Firenze e delle sue vestali per imporre al Paese la riduzione dello spazio della politica; spazio che da oggi è confinato a una Camera che, stante le premesse, sembra destinata a conoscere un analogo processo riformatore grazie ad un’adeguata riforma della legge elettorale.

La politica sembra così consegnata a un’élite di “eletti” nel senso più deleterio della parola. Politici espressione non più della sovranità popolare ma delle oligarchie dominanti. Finita l’epoca della piccola e media borghesia, schiacciata da misure di governo imposte dalle élite a proprio ed esclusivo beneficio, le oligarchie hanno avuto buon gioco a cambiare anche le istituzioni democratiche introdotte proprio con l’emersione nella storia di questo nuovo attore sociale. Oggi impera la grande borghesia, quella dei super ricchi, della grande finanza, alla quale non servono – sono anzi un freno – le istituzioni democratiche parlamentari del passato fondate sulla sovranità popolare (delle quali si erano giovate anche le classi più povere grazie ai partiti di ispirazione cattolica e alla sinistra). È l’era della Casta.

Un approdo che è anche esito di anni di lotta alla Casta e di miopia moralista (che è tutt’altro della morale) e giustizialista, cresciuta all’ombra del berlusconismo e a questo legata a doppio filo. D’altronde a portare a compimento questo processo riformatore è stato un rottamatore, che ha cavalcato l’onda della lotta alla Casta presentandosi come interprete di una politica nuova, più fattiva ed efficace. Al solito, la Rivoluzione finisce in Termidoro.

La cancellazione del Senato ha anche altro significato, più simbolico ma non meno reale. In Italia più che altrove questo ramo del Parlamento era memoria viva del Senato romano, assemblea che, con i suoi limiti, aveva funzioni di contrasto al potere assoluto dell’Imperatore. In più, rispetto a quell’antico Impero, dove pure, nonostante i privilegi di alcuni, venivano riconosciuti i diritti di tutti i cives (Roma resta la patria del Diritto), l’odierna Casta tende all’arbitrio più assoluto. Il fatto che una riforma costituzionale di questa portata sia stata realizzata tramite la “mossa del canguro” e nel chiuso di un emendamento ne è la prova più esemplare.

Così che più che al floruit di quell’Impero, occorre guardare alla sua decadenza: quando Caligola, per sminuire il ruolo del Senato, che pure non ha osato abolire (sic), faceva senatore il suo cavallo. Dalla mossa del cavallo a quella, più tragica, del Canguro: i barbari sono alle porte.